Ali Asgari
L’attore
iraniano Misagh Zareh (che ricordiamo ne Il seme del fico sacro di
Mohammad Rasoulof) è protagonista dello splendido Un po’ di luce
di Ali Asgari (Kafka a Teheran) nel ruolo di Arash, un medico che un
giorno ha aperto la porta del suo studio a un gruppo di giovani
manifestanti feriti e in fuga. Mentre li stava curando la polizia ha
fatto irruzione, ha finito di massacrare i manifestanti ed ha
arrestato Arash. Il suo studio è stato chiuso e la sua licenza
revocata.
Spinto
tanto dalla sventura quanto dall’incertezza e dalla provvisorietà
della vita iraniana sotto la crudele malvagità del regime e la
minaccia dei missili
americani,
Arash ha deciso di uccidersi. “Con
tutta questa sofferenza, perché continuare a vivere?” Dispone
della sua gatta e delle sue piante, e incontra in successione il
fratello minore e le due sorelle per prepararli al colpo – ma anche
per chiedere loro di venire con
lui a dirlo all’anziana
madre.
Ali
Asgari ha diretto nel 2025 un
film dal titolo Divine Comedy. È
interessante che anche nel recentissimo Un po’ di luce si trovi
qualcosa di dantesco. In un’ora e mezzo scarsa Ali
Asgari e il co-sceneggiatore
Shadmehr Rastin ci danno dell’Iran di oggi un quadro totale da
“comedia” dantesca, attraverso personaggi rappresentativi
(realistici, non allegorici): le vittime del regime, come
le due madri disperate (una
tiene nascosto il figlio
gravemente ferito
e non osa portarlo in ospedale, un’altra
impazzita, cui hanno ucciso il figlio e che invita i conoscenti al
matrimonio invece che al funerale); i servi del regime, per adesione
oppure
– peggio, direbbe Dante – per quieto vivere, come lo spregevole
individuo che rimprovera Arash
per essersi immischiato; gli impauriti, come i medici cui Ashar si
rivolge invano per farsi sostituire nella cura clandestina del
ferito; e coloro
che in vario modo resistono,
dai giovani manifestanti di cui sentiamo raccontare
al nipote di Ashar col suo
teatro clandestino. I gironi
della scelta,
in una Teheran popolata di figure ignare
tratteggiate in modo molto
umano, come la vecchietta che chiede aiuto per trasportare la spesa.
Su
tutto pesa
la minaccia della guerra, nella metropoli piena dei manifesti della
dittatura: il nastro adesivo sulle finestre (per evitare che i
frammenti di vetro
diventino proiettili in caso di esplosioni) è un elemento ricorrente
nel film; nei dialoghi su Trump, un’ironia oggettiva entra
in un film serio e triste.
In
una serie di discussioni quietamente emozionanti, il film diviene un
incontro-scontro morale che pone in primo piano la questione della
responsabilità. Il suicidio meditato da Ashar non è solo
un’autodistruzione ma va a colpire tutta una serie di legami
affettivi profondi; un dolore (straziante come la madre, vedendo i
figli abbattuti, sospetta qualcosa ma finge di non accorgersene) (e
anche quello umile della gatta che non mangia più se non è presente
il padrone), un dolore che implicitamente si collega a quello delle
varie vittime che vediamo nel film. Il finale aperto contiene
certamente una nota, no, un’ipotesi di speranza – ma in quanto
aperto contiene la stessa provvisorietà che il protagonista
lamentava nella vita in Iran.
Con
macchina da presa fissa o con movimenti di macchina estremamente
sobri, Asgari realizza una stupefacente concentrazione narrativa. Ma
questa estrema sobrietà non è semplicità: basterebbe vedere
l’elegante composizione della prima immagine; oppure pensiamo alla
raffinata sequenza dello spettacolo clandestino: la scena dello
spettacolo teatrale coincide con l’inquadratura del racconto
filmico (non a caso sentiremo più tardi che lo spettacolo mette in
scena la vita dell’autore, che è il nipote di Arash: vorrebbe emigrare ma la madre si oppone); a un certo
punto un’interruzione che interpella il pubblico rompe volutamente
la “quarta parete” teatrale, e contemporaneamente ci dà il
controcampo filmico dello spettacolo, e ce lo svela come tale.
In
mezzo a tanto cinema inutile (e più ha aspirazioni artistiche più è
inutile), questo film porta il sigillo della necessità.

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