Mario Almirante
In
un programma biennale, le Giornate del Cinema Muto hanno dato
nuova rinomanza a una delle
maggiori dive del muto italiano, Italia Almirante Manzini, la cui
fama si era ingiustamente offuscata. Dotata di grande presenza
scenica e doti interpretative notevoli e variate, l’attrice
lasciò il segno in una
quantità di film, tra cui molti del regista Mario Almirante che era
suo cugino. Ne abbiamo già
visti alcuni l’anno scorso;
questa sera, con
l’accompagnamento musicale di Stephen Horne, Elizabeth-Jane Baldry
e Frank Bockius, il pubblico delle Giornate potrà rivedere Italia
Almirante Manzini nel
bizzarro “L’arzigogolo” di Mario
Almirante (1924). La
copia è stata restaurata
da Museo Nazionale del Cinema di Torino, Cineteca del Friuli e
Cinemateca Brasileira unendo un negativo preservato in Brasile e un
positivo conservato in Friuli.
Questa
complessa vicenda di ambientazione rinascimentale è tratta da un
lavoro teatrale di Sem Benelli, un autore oggi quasi dimenticato ma
di grande successo al suo tempo. Le location autentiche, le
scenografie e i bei costumi cooperano a creare un passato che ha
l’incertezza e l’imprecisione di un sogno, dice una didascalia
iniziale. La nobile Violante rifiuta di sposare qualsiasi
pretendente, a partire dal conte Giano, innamorato di lei. Per la
maggior parte del film, Almirante Manzini è specialista di sguardi
sprezzanti, dall’alto in basso, che il regista sottolinea ponendo
la macchina da presa un po’ bassa nei primi piani. Uno sguardo, il
suo, che solo alla fine del film si intenerisce. Il conte suo padre
le impone di scegliere uno sposo, e lei per ripicca si propone al
ricco e grasso mercante Floridoro, ma solo a un patto: lui avrà una
moglie nobile e bella ma non potrà toccarla finché lei non avrà
trovato il vero amore (con perfidia in questo dialogo lei mette in
evidenza le spalle nude). Il quarto personaggio è il buffone
Spallatonda, che arriva al castello e si fa assumere da Giano con la
promessa di fargli dimenticare l’amore (attraverso un tuffo nella
lussuria!).
Questa
è la premessa. Lo sviluppo è una storia di ispirazione quasi
boccaccesca – di persecuzione d’amore, di alterigia femminile, di
scommesse fatali, di pericolo e, nell’ultimo atto, di corna – che
però “L’arzigogolo” realizza in forma drammatica, concentrando
l’elemento comico nella figura di Floridoro. È forte nel film (e
viene dritta da Benelli) una concezione cupa dell’amore (e della
sessualità) come forza irrazionale che rende infelici.
Volutamente,
tra i personaggi l’innamorato Giano è disperato ma odioso, il
buffone è cinico e maligno, Floridoro è ridicolo, e Violante ha un
animo di torturatrice: col suo viso gelido è la “belle dame sans
merci” del decadentismo ben illustrata da Mario Praz (e infatti “La
belle dame sans pitié” fu il titolo francese del film). Italia
Almirante Manzini, attrice dal registro molto vario, era capace nei
suoi film di rendere egualmente bene tanto l’umiltà sacrificale
quanto la fierezza della “femme fatale” o della bella selvaggia
(ricordiamo i suoi sguardi fiammeggianti in “Zingari” di
Almirante). Uno sviluppo tormentoso, venato di masochismo, porta
questi personaggi allo scontro, ma per due apre inaspettatamente a
un’ipotesi di redenzione.
Mario
Almirante si distingue nel suo cinema, per esempio ne “La piccola
parrocchia”, per una capacità di inserire tocchi di astrazione e
momenti spiazzanti entro l’impianto realistico del racconto. Qui si
potrebbe menzionare una surreale inquadratura di visualizzazione di
dialogo, in cui vediamo Violante che tiene al guinzaglio una capra
con la testa di Floridoro. Ma a proposito di momenti spiazzanti,
colpì la scena dei topi. Precorrendo Herzog, Almirante – in una
digressione comico-fantastica sull’origine della ricchezza di
Floridoro – si procurò un gran numero di topi vivi e fece in modo
che si accalcassero sul tavolo di un banchetto in mezzo agli attori.
La rivista “Al Cinemà”, parlandone nel 1925, precisa
ordinatamente: “Ogni topo è stato pagato dieci lire”.
(Messaggero Veneto)

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