Paweł Pawlikowski
In
un’epoca di film a tesi, quando
non apertamente propagandistici, il
cinema di Paweł
Pawlikowski non dà risposte,
pone problemi:
un’“apertura”, quella del regista polacco, che interroga lo
spettatore fin dal lontano
documentario Serbian Epics.
Non
è vacuo
scetticismo: nella vicenda dei personaggi concreti si riflette,
nell’ambito del realismo,
una questione generale
che ci interpella
e ci entra nell’anima.
In questa dialettica fra l’individuale e l’universale,
Pawlikowski ricorda un suo illustre conterraneo, Krysztof Kieslowski.
Tutta
l’opera di Pawlikowski è
fatta
di film perentori, di altissimo livello stilistico, dove la
disposizione dei personaggi e la direzione degli sguardi
valgono più di un lungo
discorso. Ecco il magnifico
Fatherland, dove
la
fotografia
del regular di Pawlikowski
Łukasz Żal
col suo bianco
e nero e il formato “arcaico”
1,33:1 crea un’atmosfera
inconfondibile come già in
Ida e Cold War. Di nuovo
siamo in quel 1949
in cui iniziava la vicenda di Cold War (ma
anche Ida si rivolgeva agli anni passati). Thomas
Mann (Hanns Zischler) e
sua figlia Erika (memorabile
Sandra Hüller) compiono un
viaggio in
Germania, prima Occidentale
e poi Orientale,
affinché
in entrambe lo
scrittore riceva un premio e tenga un discorso su Goethe. Pesa
l’ombra del figlio di Mann, Klaus (August
Diehl),
appena morto suicida;
la notizia arriva durante il
viaggio ma Thomas Mann non lo interrompe. L’ombra di Klaus
ricorre
in tutto
il film: sia come
personaggio, sia come
fantasma, sia
in sogno.
È
ovvio che si tratta di un
viaggio in primo luogo spirituale. Il
film pone sotto l’occhio dei due protagonisti e dello spettatore
una pluralità di temi. L’Europa
– e in primis la
Germania, “pallida madre” – dopo il disastro del nazismo e
della guerra (le rovine che
vediamo non sono solo materiali). Ha
perso la sua anima? Certo la sua centralità. In un
piccolo episodio simbolico, Mann in auto accende la radio e c’è un
coro russo, cambia canale e c’è una canzonetta americana.
Poi,
l’esilio, e qui torna la distinzione tedesca tra Vaterland e
Heimat, i due concetti di “patria”: il primo è oggettivo, “la
terra dei padri”; il secondo è soggettivo, deriva da Heim
(dimora), è dove si appartiene (Mann a Erika su quale sia la sua
Heimat: “Domanda difficile”).
E
poi la crisi
dell’intellettuale europeo,
di cui Mann è l’incarnazione. Si
può ancora confidare in un
ruolo della cultura (“la
missione del dotto”, tanto per restare in terra tedesca) dopo
la catastrofe? Kant
e Wagner, Bach e Goethe attraversano il film come ombre nello stesso
modo imperioso e inquieto di Klaus Mann. L’olimpico
Goethe è – al
pari di Thomas Mann! – trattato
come orpello all’Ovest e strumentalizzato all’Est, dove sulle
ceneri del nazismo nasce un totalitarismo nuovo (il
campo di Buchenwald è
tornato
in attività).
D’altro
canto, sta al
centro del film anche
l’uomo Thomas Mann,
sotto lo sguardo amoroso ma giudicante di Erika, con
il
narcisismo dello scrittore,
riverito come
un oracolo
(“Ne sarà felice”,
ironizza la moglie al telefono con Erika) e
tutto compreso del suo ruolo. E
la vita di Erika con un padre
ingombrante, e il suo dolore
per il suicidio del fratello, nel quale il rapporto col padre è
stato un
elemento centrale.
Durante
il viaggio, si crea un piccolo problema morale. In Germania Est un
oppositore entra nella camera dell’albergo per denunciare a Mann la
questione di Buchenwald chiedendo il suo apporto morale; e viene
immediatamente arrestato. Padre e figlia lo vedono trascinato via
nel corridoio – ma per Thomas Mann finisce qui. È anche vero che
ha incontrato un Mefistofele francamente simpaticissimo, il
colonnello Tulpianov (Daniel
Wagner), che si presenta –
coraggiosamente, nella
situazione – con la famosa
battuta sul male e il bene
del Faust. Alla fine di
questo viaggio Erika finisce per esplodere, e allontanarsi da sola in
un parco pieno di statue rose dal tempo.
Però
nel finale... dentro una chiesa in rovina (che ci fa
ripensare a Cold War)… la
musica di Bach scioglierà,
almeno per un attimo,
il gelo.

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