Rob Savage
Il
cinema horror ha sempre avuto un occhio di riguardo per la famiglia
(Dracula si infiltrava nella famiglia borghese per un’opera di
seduzione vampiresca); nell’horror contemporaneo, socialmente
critico, la famiglia non è più il fortino assediato da difendere
dal mostro di turno ma contiene in se stessa il germe della crisi
(come in quasi
tutto, il profeta è stato il George Romero de La notte dei morti
viventi). C’è
qualcosa di malato al suo interno, ed è di questo che si pascono gli
incubi.
In
Mammina (Other Mommy) di
Rob Savage la piccola Bela, sta
per Isabella, di 7 anni
(l’esordiente Arabella
Olivia Clark) vive in una
famiglia che sembra felice ma è segretamente disfunzionale. A prima
vista c’è solo il fatto che la madre, donna in carriera, deve
assentarsi molto e la bambina rimane sempre
col padre, che adora (noi
però intuiamo
che è un mollaccione). Vedremo
in seguito che esistono fratture più profonde, che Bela ignora –
ma forse
ha inconsciamente capito.
Quel
ch’è certo è che,
stante
l’assenza della madre, la bambina si inventa
un’“altra mamma”, come nella vita normale un bambino inventa un
amico immaginario; ma nel film questa altra mamma che frequenta
Bela
piena di
dolcezza è una creatura
demoniaca, spaventosamente reale. Già
in Host di Savage il soggettivo umano apriva la porta all’oggettivo
del soprannaturale, con la
storia inventata di un
impiccato che attira un demone che ne assume la forma.
Un’immagine
pregnante mostra l’altra mamma abbracciare da dietro la bambina,
con il corpo che, pur nascosto in
parte da quello della
piccola, è visibilmente “sbagliato”, con un collo innaturalmente
lungo. Sosia perfetta della
madre vera (Jessica Chastain, brava
nella doppia parte), l’altra
mamma circuisce abilmente la bambina, e
le chiede con insistenza
“Fammi entrare nel tuo cuore”, cioè di fondersi con lei.
Vuole possedere
un corpo.
Nel
film, in
cui l’infestazione segue la famiglia ovunque vada, è
fin troppo evidente l’influsso di Stephen King (che
in precedenza Savage
ha
portato sullo schermo con The Bogeyman). Basta
vedere dettagli come
la miriade di bocce colorate, tracce
materiali del
mostro come il palloncino di It.
Ma ancor più
dell’arsenale tradizionale dello spavento –
soprassalti, apparizioni
terrificanti,
corpi fatti a pezzi –
colpisce in Mammina l’aspetto
della materializzazione maligna come risposta a un bisogno, alla
tristezza e alla
solitudine. Il mostro cerca
di vendere a Bela
il sogno di eliminare per sempre il dolore. Per
converso sentiamo
e con la bambina impariamo,
per bocca della “spielberghiana” Karen Allen, che
sono proprio le cicatrici
ineliminabili della vita a
renderci umani.

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