Pedro Almodovar
Due elementi strutturano “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar (necessaria avvertenza al lettore: la presente recensione rivela alcuni aspetti dello svolgimento). Sono la rappresentazione (con riferimento in primo luogo a “Eva contro Eva”, “All about Eve”, con Bette Davis e a “Un tram che si chiama desiderio” di Tennessee Williams) e l’assolutezza dell’universo femminile.
Il teatro. Per tutto il film ritorna l’identità di rappresentazione e vita, nelle scelte come nelle non scelte. Almodovar ce lo mostra ben presto con un corto circuito straziante: la scena di dolore che Manuela recita in tv a circuito chiuso con due medici come simulazione per un corso di aggiornamento dell’ospedale si ripeterà di lì a poco pari pari nella realtà, con lei e gli stessi medici nello stesso ruolo.
Le donne. Possiamo dire che “Todo sobre mi madre” è il film più femminile che Almodovar abbia mai girato; ma la femminilità è, direbbe Almodovar, una scelta di pelle (non di ormoni). Gli ormoni e il silicone semmai può aggiungerli la scienza come supporto - e nel suo discorso improvvisato a teatro il travestito Agrado ne dà un divertentissimo prezziario. Il travestito/il transessuale è la donna che ha voluto essere. Dice Agrado, autentica bocca della verità del film: “una è più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. Pertanto le due linee conduttrici del film sono intimamente legate. Come sintetizza in una splendida recensione Emanuela Martini, “questo universo... vive la teatralità come unica possibile forma di esistenza”.
Quanto al maschio, è un fantasma sulla scena: Kowalski in “Un tram che si chiama desiderio”. In “Tutto su mia madre” Esteban è indicativamente il nome tre volte ritornante del maschio assente o perduto. Esteban è il marito che ha abbandonato Manuela incinta (e poi si è trasformato in Lola: “il peggio dell’uomo e il peggio della donna”, dirà Manuela inferocita). Esteban è il figlio amatissimo che Manuela perde in uno stupido incidente. Esteban è il figlio della monaca Rosa (e di Lola!) che Manuela crescerà come proprio: nel film lo vediamo infante, e il suo futuro è tutto da scegliere. In questa collezione di uomini assenti rientra l’unico uomo presente sullo schermo, che paradossalmente c’è e insieme non c’è: il padre svanito di Rosa (un bellissimo cameo di un grande attore troppo poco conosciuto da noi, Fernando Fernan-Gomez). In dialettica col tema del padre assente (anche il ritorno in veste di padre dell’uomo/donna Lola è solo uno sguardo, un commosso passaggio, sotto l’ombra della morte), il perno del film è la maternità, autonoma e femminile: il figlio morto, quello che nasce, quelli del teatro di Tennessee Williams e Garcia Lorca, Manuela che esplicitamente diventa per Rosa una madre sostitutiva.
Probabilmente è questa concentrazione esclusiva dell’universo femminile a imporre la perdita in “Tutto su mia madre” di quella carnalità ribollente, lacerante e sensuale che era propria di Almodovar - come nel film che per chi scrive è il suo capolavoro, “La legge del desiderio”. Il sesso nel film è respinto nel fuoricampo e nel raccontato. La carnalità di Almodovar non si è dileguata ma trasformata, per così dire, in una carnalità femminile - di pelle e di cuore.
Nella sua prima parte, “Tutto su mia madre” sembra in certi momenti un “mélo freddo” alla Fassbinder - mentre la seconda inanella grandi scene madri con sicurezza inarrestabile. Questo naturalmente pone un problema di unità artistica. In ogni modo il risultato finale è un mélo alto e doloroso. Una intensità del sentimento si stende su tutto; c’è per tutti il momento della comprensione e del perdono, anche per Lola. Alla fine, notizie di morte e di partenze si intrecciano alla salda concretezza della crescita (“Come sono contenta per tuo figlio”), una maternità non biologica ma relazionale e spirituale. Le donne intessono libere e sole il loro universo.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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