sabato 5 gennaio 2008

Gosford Park

Robert Altman

Da “Nashville” ad “America oggi”, per citare due vertici di una carriera disuguale ma stupenda, Robert Altman è un maestro dell’intersezione fra linee narrative: racconti fatti di racconti interlineati. In “Gosford Park”, un altro suo capolavoro, la tessitura consta di due sole grandi linee intrecciate: i due mondi, l’upper class e i servitori. Tuttavia la molteplicità altmaniana rimane come gioco dei livelli narrativi.
A prima vista “Gosford Park” è un ritratto in nero della vecchia aristocrazia inglese (che, fra parentesi, era un sistema di vita stupendo - però costava un occhio in servitù). Un dramma di scontro di caratteri in un luogo chiuso, dove viene fuori la realtà di ognuno, fino al delitto. In realtà, sotto questa linea base ne traspare un’altra e poi un’altra eccetera: un’autentica polisemia.
Già la linea base si sdoppia, si struttura su una sorta di canto/controcanto, padroni/servi, in una serie di opposizioni e concordanze che vanno dal livello spaziale (i piani/domini della casa) a quello linguistico. Deliziosa la descrizione acida dell’“upper class” (dove una sublime Maggie Smith ha agio di cesellare uno dei ruoli più divertenti della sua vita), meravigliosa quella della servitù, che mescola antagonismo a snobismo identificativo. I rapporti che corrono fra servi e padroni instaurano la figura cinematografica del “doppio”, e fra loro si svolge un gioco, un “game”, che come il cricket ha le sue rigide regole (lo ricorderà una ragazza al finto valletto: non si può giocare in due squadre contemporaneamente). Notiamo che la servitù ha un ruolo leggermente più da protagonista, fin dall’apertura focalizzata sulla cameriera di Maggie Smith.
L’unica a uscire da questo rapporto servo/padrone è Elsie/Emily Watson, cameriera licenziata che parte in auto col produttore americano, lasciando intravedere una moderna versione della storia di Cenerentola. Una conclusione da film! Com’è giusto: siamo in un film, e il produttore è lì per ribadirlo; vedi l’analogia fra il giallo di Charlie Chan in Inghilterra che prepara, e il delitto autentico. Per inciso, l’unico personaggio storico di “Gosford Park” è Ivor Novello, l’attore.
Non solo cinema; prima ancora, se guardiamo da vicino, ci accorgiamo che l’impianto di “Gosford Park” è dichiaratamente teatro. Basta vedere tutto quel gioco delle agnizioni e delle scene madri che esplode nel finale. Ma basterebbe il perfetto montaggio di Tim Squyres, che sottolinea teatralmente le battute isolando brevi rimpalli da palcoscenico.
Parliamo ora del delitto. Non è una semplice svolta del racconto: sanziona un suo scivolamento di genere, di statuto letterario: da dramma psicologico ad un “whodunit”, un giallo alla Agatha Christie, narrato da Altman coi classici dettagli anonimi dell’assassino (è pura Agatha Christie anche la soluzione). Di questo scivolamento irrealistico è incarnazione vivente il parodistico ispettore Thompson, il poliziotto stupido in impermeabile e pipa (grandi i suoi rabbuffi all’agente, più intelligente di lui!)... via via fino a un’uscita di scena finale che è un accenno farsesco, quasi alla Ispettore Closeau. Ma in realtà Altman fin dall’inizio ha inserito nel film ironici accenni al delitto: in primo luogo le bottiglie di veleno, che la macchina da presa ci rivela in splendidi movimenti che paiono far finta di niente, e i coltelli. Altman ha minato il realismo drammatico anticipando la sua distruzione.
Perché sarebbe un errore radicale prendere “Gosford Park” per un film realista. Se fosse per raccontarci che i ricchi sono egoisti e meschini e i servi sono snob... per questo bastava James Ivory. Anzi, bastano i magnifici romanzi di Wodehouse. “Gosford Park” è insieme la messa in scena del “plot” e lo svelamento (metanarrativo) della messa in scena - ciò che è la vera caratteristica del cinema moderno. Beninteso, Altman non ne fa una versione epica (vale a dire completamente proiettata sul versante dello svelamento). Mantiene i due livelli giocando sul loro mutuo rimandarsi. Vediamo così che con “Gosford Park” Altman ritorna a quella destrutturazione dei generi cinematografici che faceva negli anni ’60.

(Il Nuovo FVG)

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