sabato 5 gennaio 2008

Il dottor T & le donne

Robert Altman

Leggerezza di stile e forza narrativa: il grande Robert Altman si situa fra i maggiori del cinema americano, nonostante film sbagliati (come “Prêt-à-porter”) che certo non mancano. Esce ora la sua gustosissima commedia “Il dottor T e& le donne” - sottovalutata dalla maggioranza della critica alla recente Mostra di Venezia - ed è l’occasione per vedere un Altman, se non ai suoi vertici come in “America oggi”, in ottima forma.
“Dr. T & the Women” potrebbe prendere a epigrafe le parole di Falstaff in Verdi: “Il mondo è burla!”. Come l’opera buffa, o la commedia shakespeariana, questo film ci fa vedere tutto il mondo attraverso una singola “lente” percettiva, che non è tanto una lente deformante quanto un filtro, nel senso fotografico della parola: la realtà in un colore unico: uno sguardo che ne vede solo il senso di beffa cosmica. E’ il mondo femminile - un ampio affresco delle donne ricche del Texas - narrato attraverso la percezione di un maschio, il dottor T (Richard Gere), il ginecologo numero uno di Dallas. Altman ottiene qui il miracolo di una commedia impietosa eppure non acida. Il suo è uno sguardo che si vorrebbe dire cordiale (del resto il film è scritto da una donna, Anne Rapp) ma non di adesione: è uno sguardo dall’alto, lo sguardo olimpico della categoria del buffo nel suo senso più saggio. Si può dire che raggiunge una nettezza oggettivamente feroce ma senza ombra di alterigia.
Il tema del film - altmanianamente aperto, intessuto, un affascinante grandinare di notazioni - è l’illusione di controllo del maschio e il suo scacco. Come ginecologo, come padre, come datore di lavoro, come marito, come amante adultero, Richard Gere ha elaborato un atteggiamento “easy”, fatto di sicurezza, di ammirazione galante e un po’ pelosa, di paternalismo tranquillo, nei confronti dell’universo femminile variegato e rumoroso, nervoso e caotico che gli gravita intorno. In fondo, il ginecologo è l’uomo che ha il potere più fisico e diretto sulle donne, vera figura paterna sostitutiva del tecnicismo americano. Quando, in campagna cogli amici, Richard Gere accarezza il suo fucile battezzato con un nome femminile dice “Una donna così va coccolata”. Sì, è un coccolatore. Ma la sua illusione si rivelerà perdente. Queste donne impazzite, e congiuntamente a loro la logica delle cose, cominciano a intaccare il suo controllo, secondo la regola di accelerazione della commedia, fino a un climax memorabile. Lo studio del dottor T somiglia sempre più a una fortezza assediata, con successive ondate di donne che vi penetrano come ondate di autoaffermazione e di caos. E quando i guai montano vediamo che Richard Gere non riesce più neppure a sparare col suo fucile/femmina perché ha dimenticato di mettere la cartuccia.
Anche se il film focalizza fortemente sulle donne, è importante il contrappunto rappresentato dal delizioso quadretto satirico dei quattro maschi dediti al rito più scontato della virilità: sparare; ne vediamo tre “uscite”, dove le cose vanno di peggio in peggio. Non è senza significato che nell’attività più virile e “regressiva” del maschio, la caccia, questi uomini non siano capaci di cavare un ragno dal buco (e l’ironia del mascheramento mimetico venatorio sempre più esagerato di pari passo col peggioramento della performance!).
Il ritmo trascinante è esaltato dalla meravigliosa regia di Altman. Indimenticabili per esempio i suoi “giochi di parole visivi”, come quando al centro acquisti la moglie fuori di testa, Farrah Fawcett, è sparita; all’affannosa domanda “Dove sarà andata?”, una breve panoramica ascendente della macchina da presa sale a inquadrare un’insegna di negozio, GUESS (che vuol dire “indovina”). E poi quando lei fa il bagno nuda nella fontana del centro, stesso gioco a inquadrare l’insegna GODIVA. Questa geniale ironica presa di autonomia della macchina da presa rispetto al narrato, non basterebbe anche da sola a farci capire che ci troviamo davanti a un grande film?

(Il Nuovo FVG)

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