Robert Altman
Specie per colpa della ricca ma incerta sceneggiatura di Anne Rapp, “La fortuna di Cookie” di Robert Altman è un film “flawed”, delizioso ma imperfetto. Seguiamo la bellissima prima parte, di gran lunga la migliore (la sequenza iniziale con Charles S. Dutton che si aggira mezzo ubriaco per la città è stupenda), che quietamente si precisa nel grande ritratto di Patricia Neal, vecchia signora malinconica con la pipa in bocca, delinea la sua amicizia con C.S. Dutton, sfocia nel suo suicidio. E ci diciamo: ecco, qui c’è il grande Altman di “Short Cuts” (“America oggi”). Poi tutto va giù. Arrivano le parenti disoneste, Glenn Close e la sorella scema e succube Julianne Moore; per nascondere l’onta di un suicidio in famiglia inscenano una rapina (di cui verrà incolpato C.S. Dutton); e qui il film passa con la svolta più improvvisa e imprevedibile alla buffoneria della commedia grottesca.
Intendiamoci, niente contro la buffoneria. In un film dei fratelli Coen, in un’opera unitaria, Glenn Close e Julianne Moore andrebbero benissimo; qui sono insopportabili semplicemente perché non ha senso iniziare nello stile dell’Altman più classico e poi farci irrompere Crudelia De Mon. Giacché è più o meno questo Glenn Close ne “La fortuna di Cookie”; né è difficile accorgersi che Julianne Moore nella sua interpretazione rifà Stan Laurel.
Di lì in poi il film si situa prevalentemente - non esclusivamente - sul registro del grottesco spinto (nel quale a livello narrativo rientra completamente la buffa tempesta di agnizioni alla fine). Con momenti molto divertenti, nessuno lo nega: questa pazza prigione dove si mangia, si scopa e si gioca a Scarabeo; Liv Tyler che si presenta all’attonito investigatore di città come “compagna di cella” di C.S. Dutton; l’avvocato Donald Moffat vestito da antico romano con un cappello di paglia in testa; e via dicendo. Indubbiamente “La fortuna di Cookie” è piacevole. Però quella frattura iniziale nello svolgimento non viene più sanata per tutto il film; il piacere di vederlo non toglie la consapevolezza dell’intersezione irregolare di due registri - il realismo ironico e il caricaturale - che non arrivano mai a fondersi nella rotondità di un’opera compiuta. Altman sembra voler sottolineare questa discrasia (anziché adoperarsi per recuperarla) rinunciando programmaticamente a un’armonizzazione fra gli attori. Non c’è rapporto fra la recitazione psicologica e cordiale di C.S. Dutton, di Patricia Neal, anche della splendida Liv Tyler, nonché dei comprimari tutti, e quella caricata e semicomica di Glenn Close (che già di suo tende sempre a “overact”) e Julianne Moore.
Dunque “La fortuna di Cookie” è un film imperfetto: imperfetto, attenzione, non mancato come altri nella recente filmografia di questo regista grande ma disuguale (“Prêt-à-porter”, “Kansas City”). Come tutti i film di Altman, è molto intessuto, ricco, curioso. Fin dalla prima battuta lo attraversa come un filo rosso il tema della pesca del pesce gatto, con quel che ha di placido e meditabondo (per questo è fonte di conoscenza intima e di giudizio morale): la sensualità saggia del vecchio Sud. Una descrizione critica e intensa del Sud è sviluppata con abili tocchi: il peso del passato (il film insiste sulle targhe, compresa una scherzosa per un anno in cui non è successo niente); il godimento fisico, col whiskey (altro tema ritornante), il cibo, il tabacco, non a caso schifato da Glenn Close; la stravaganza (però che esista un’atmosfera lunatica specificamente “southern” lo ha mostrato molto meglio Clint Eastwood in “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”). E in primis l’orgoglio, dichiarato esplicitamente fonte di tutto quel che è successo.
Sì, c’è molto di bello ne “La fortuna di Cookie”. Ragion di più per rimpiangere quello che avrebbe potuto essere.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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