Paul Thomas Anderson
Tu puoi chiudere col passato ma il passato non ha chiuso con te, si ripetono tutti, durante una lunga notte in cui tutte le cose vengono a compimento, in “Magnolia” di Paul Thomas Anderson. Sintetizzando così i temi che attraversano questo film estremamente ben realizzato, sebbene in ultima analisi non del tutto convincente: il peso del passato, le colpe dei padri, il ruolo della menzogna, il problema di cosa possiamo perdonare e cosa no.
Attraverso storie interlineate, in montaggio parallelo, la narrazione segue ora questo ora quel personaggio: figure di un’“American madness” in cui il film esibisce forti spunti satirici (già famoso il predicatore di una liberazione del maschio in stile, diremmo qui, da coatti, interpretato da Tom Cruise). Il grottesco del film, già posto dal delirante inizio, culmina alla fine in quella pioggia di rane che si ricongiunge alle “stranezze” dell’inizio nel segno di Charles Fort. “Stranezze simili” avvengono, insiste il film. In opposizione alla drammaturgia funzionale propria dei racconti cinematografici, Anderson (anche sceneggiatore) insiste sul gioco assurdo del caso. Fra i numerosi richiami metacinematografici, uno è l’osservazione “Se lo avessi visto in un film non ci avrei creduto”.
Il modello di “Magnolia” è evidentemente l’Altman dei racconti a mosaico come “Short Cuts” (“America oggi”). I passaggi da un personaggio all’altro formano un incastro temporale, in cui il tempo cinematografico si gonfia e si sgonfia con improvvise dilatazioni, bruschi stacchi di sospensione, ritorni. Solo a poco a poco vengono alla luce i legami fra i personaggi, ora forti, ora tenui (per esempio il moribondo interpretato da Jason Robards è il proprietario dello show tv presentato da P. Baker Hall. E’ una imprevedibile tessitura che si orna di temi ricorrenti (per esempio, ad accomunare i due personaggi citati, l’ombra della morte per cancro), che si disegna nel film sempre in forme indirette e lasciate all’intuizione.
Merita riflettere sulla bellezza degli attacchi in questa staffetta di storie: attacchi per analogia tematica: il litigio circa il passato nell’intervista a Tom Cruise si lega al discorso sul passato fatto dall’ex campione di telequiz William H. Macy. O un triplo attacco sul concetto di menzogna, sempre formulato in modo elegantemente indiretto. O raccordi ingannatori, come quello che introduce allo spettatore il personaggio di Melora Walters addormentata. O raccordi ironici: quando Tom Cruise insegnare ai suoi adepti, per meglio imbrogliare le donne, “come fingere di essere gentili e premurosi”, lo stacco ci porta a un segmento di racconto dell’infermiere, P.S. Hoffman, che gentile e premuroso lo è veramente.
Al di là di questo, il commento musicale potenzia più che mai la propria caratteristica di fondere le scene. Il suono legante è la cosa più memorabile del film: orchestra in un crescendo drammatico questa staffetta di storie; collega idealmente i personaggi (cfr. il bel veloce montaggio parallelo in cui molti di loro, persino il moribondo, accompagnano canticchiando una canzone trasmessa alla radio). Certi collegamenti musicali sottintendono il prosieguo: per esempio la “Carmen” di Bizet dallo studio tv si riversa sull’episodio di Melora Walters col poliziotto, anticipando lo svolgimento (“l’amour, l’amour...”).
Frammezzo a episodi convincenti, anche di notevole intensità, vi sono però nel film forzature retoriche e didattiche, dal discorso di ribellione del bambino in tv alle apparizioni di quell’insopportabile ragazzino negro rapper, gli sprofondi del film. Il motivo per cui “Magnolia” non convince al cento per cento è appunto che il film è troppo consapevole. Ciò gli dà un aspetto “arty” (che non vuol dire artistico ma studiatamente mirato all’effetto artistico) - che non c’è nel miglior Altman, quello di “Nashville” o di “Short Cuts” - okay, non sarebbe leale allegare il terribile “Prêt-à-porter”, il suo peggior film in assoluto...
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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