Steven Spielberg
Nel superbo prologo di trasformazioni de “La guerra dei mondi” di Steven Spielberg, la macchina da presa si allontana vertiginosamente dal microcosmo al macrocosmo, dai protozoi alla goccia d’acqua che li contiene; quella goccia d’acqua diviene la Terra; il pianeta si colora di rosso (è anche un omaggio al non più scientificamente utilizzabile Marte del romanzo di Wells del 1898) e si trasforma nella luce rossa d’un semaforo. Tutto ciò illustra il discorso della voce narrante, ma vale anche come enunciazione del potere di “visione totale” concesso dal cinema. Di questo potere Spielberg fa grande uso ne “La guerra dei mondi”: lo spettacolo del massacro, in campo lunghissimo, coi “tripodi” alieni contro i puntini neri degli uomini come formiche, non lo dimenticheremo.
Nelle prime sequenze, colme di anticipazioni, è fondamentale quella della scheggia nel dito della bambina che dice: “Quando sarà pronto il mio corpo la espellerà”: ecco qui tutto il racconto “in nuce”. Nondimeno, questa storia d’invasione interplanetaria appartiene al versante dello Spielberg più nero, al quale si pensa sempre poco (dimenticando i tv movies degli esordi o “Lo squalo”) perché lo offusca nel ricordo l’ottimismo di molte opere, fino al buonismo del bruttissimo “The Terminal”. Lontano dai miti irenici degli anni ’70, Spielberg ormai sa che E.T. può anche venire per uccidere.
Il riferimento non è tanto metaforico, giacché la mano dell’alieno morente che si protende nel finale richiama per l’appunto quella di E.T. Spielberg costella “La guerra dei mondi” di autocitazioni: ripercorrendole senza pretese esaustive, “Il mondo perduto” negli alberi che si agitano per l’arrivo dei mostri; “Salvate il soldato Ryan” nella mdp che insegue i corpi sott’acqua; “Incontri ravvicinati” (rovesciato di segno come il già citato “E.T.”) nella luce abbagliante oltre la collina; e la scena di suspence con i protagonisti nella casa che si nascondono all’occhio meccanico serpentiforme riprende la sequenza nelle cucine col velociraptor in “Jurassic Park”.
I film non vivono in un “vacuum”; parlano all’inconscio collettivo; “La guerra dei mondi” spielberghiana è pensabile solo dopo l’11 settembre 2001. “Sono i terroristi?”, domanda il ragazzo all’inizio; e qui Spielberg inserisce un tocco di humour memorabile: no, risponde il padre, “è qualcosa che arriva da qualche altra parte” - “Dall’Europa?”. Oggi gli americani sono convinti a torto o a ragione (per chi scrive, a ragione, ma non è questa la sede per discuterne) di stare combattendo una drammatica guerra di civiltà. Questo è un film per tempi di ferro; a differenza di “E.T.” qui gli eroi sono gli adulti e non i bambini, i padri e non i figli; e nel mondo invaso dei rossi rampicanti alieni, la salvezza passa per il ristabilimento dell’unità familiare - e della nazione. Ecco il senso dell’intelligente dettaglio per cui i primi rampicanti che vediamo morti (e segnalano l’imminente fine degli extraterrestri uccisi dai microbi) li vediamo sulla statua di un soldato della Guerra d’Indipendenza, trasparente richiamo metaforico al patriottismo americano.
L’odissea impone la maturazione dei figli affidati per quel giorno al padre divorziato Tom Cruise (il ragazzo inizialmente è uno stronzetto odioso, la bambina serve a un gustoso accenno di satira sulle differenze di classe tra la sua nuova famiglia e il proletario Cruise), maturazione che si sviluppa - in maniera tipica per il regista - attraverso la visione.
E infatti tutto “La guerra dei mondi” è una abilissima tessitura di variazioni sul tema del “vedere”. Vi viene declinato il concetto, centrale nell’opera di Spielberg, della “visione terribile” da cui procede la (necessaria) perdita dell’innocenza. Per questo le variazioni sullo sguardo della bambina (Dakota Fanning) - comprese le due scene capitali per intensità in cui il padre le impedisce di guardare - rappresentano i momenti più alti, e più compiutamente spielberghiani, dell’intero film.
(Il Nuovo FVG)
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