martedì 8 gennaio 2008

La samaritana

Kim Ki-duk

Lettore attento! Questa recensione de “La samaritana”, del maestro coreano Kim Ki-duk, ne svela la trama. Ma non si saprebbe parlare del film senza seguirne lo svolgimento sinuoso.
La giovanissima studentessa Jae-yeong si prostituisce e la sua amica Yeo-jin le fa da manager; tesaurizzano i guadagni col progetto di andare all’estero. Yeo-jin è vergine e disprezza il sesso; dorme abbracciata all’orsacchiotto, simbolo d’infanzia (quello della maturazione è un tema base del film). Innamorata dell’amica, è gelosa perché Jae-yeong trova gusto nella sua attività e instaura rapporti di amicizia coi clienti, identificandosi con una leggendaria prostituta indiana, Vasumitra, che portava gli uomini al buddhismo attraverso la sessualità (Kim Ki-duk, attento nel suo cinema al sesso come forma di comunicazione, ha trattato con originalità la prostituzione anche in “Bad Guy”). Ma nella divisione dei ruoli fra le due coetanee - oltre a truccare e scortare l’amica, Yeo-jin fa le telefonate e mette la propria faccia nella chatline Internet quando contattano i clienti - non è difficile notare un autentico sdoppiamento. Di repliche e raddoppiamenti è ossessivamente pieno il film.
Quando Jae-yeong si uccide buttandosi dalla finestra durante un’irruzione della polizia, Yeo-jin prende il suo posto e ne assume l’identità (“Io sono la vera Jae-yeong”). La sua è una forma di prostituzione al contrario: va a letto coi vecchi clienti dell’amica e non si fa pagare ma restituisce il denaro. Contestualmente, Yeo-jin assume anche la capacità dell’amica di portare gli uomini all’armonia, a una felicità connotata addirittura in modo religioso (non tutti: è armonia in un’esistenza - più che una società - disarmonica; c’è chi resta egoista o criminale).
Il padre vedovo di Yeo-jin, un poliziotto cristiano, scopre per caso la sua attività e pensa a prostituzione comune: poiché la scoperta tocca il “non dicibile”, ne tace. Comincia a spiarla (il suo muto dolore geloso replica quello di Yeo-jin per l’amica); perseguita i clienti (il suicidio cui è spinto uno di loro è l’esatta copia del suicidio di Jae-yeong); ne uccide uno in una rissa. Infine propone alla figlia un viaggio in montagna alla tomba della madre. Questo viaggio diventa per entrambi un rito di purificazione.
In una tragica sequenza, il colore del film cambia, diventa gelido e bluastro; il padre uccide e seppellisce Yeo-jin sul greto di un fiume (il lettore di CD messo agli orecchi del cadavere e acceso replica esattamente la scena in cui lui la svegliava dal sonno a inizio film). Ma poi Yeo-jin si sveglia: era un incubo. Non è, questa soluzione, il solito trucco narrativo per risolvere una situazione. Ci ha mostrato un progetto del padre, quello che doveva essere quando ha portato la figlia nella solitudine delle montagne (ciò spiega la scena in cui a casa le faceva assaggiare il cibo che poi offrirà alla tomba della moglie: in ambo i casi è un’offerta funebre). Ovvero è un futuro possibile - cui il padre rinuncia in seguito alla maturazione ottenuta nel viaggio (“Quanto è bello qui - ora ho le idee chiare”). Invece le prepara sullo stesso greto (com’è importante l’acqua nel cinema di Kim Ki-duk!) una pista per insegnarle a guidare. Dopo la prima prova riuscita le dice di continuare da sola: “Papà non ti seguirà più” (poi si fa arrestare). E’ la dichiarazione simbolica che lei è divenuta adulta.
“La samaritana” è una storia di maturazione, che si lega al discorso “scandaloso” dell’armonia ottenuta attraverso il sesso. Tutti i personaggi vedono solo una parte della verità - fino a quando un grande dolore non allarga le loro capacità di comprensione. Solo Jae-yeong - alias Vasumitra, la prostituta-santa - possiede “naturalmente” questa capacità di comprensione nella sua serenità (di qui il discorso nel film sul suo sorriso anche in morte). Comprensione: la parola chiave del film di Kim - ciò che lo lega al suo, più esplicitamente religioso “Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera”.

(Il Nuovo FVG)

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