lunedì 25 maggio 2026

Far East Film Festival 2026 - Taiwan



A Foggy Tale, Chen Yu-shung

Non tutti sanno che a Taiwan sotto il governo militare (la legge marziale fu tolta solo nel 1987) nel periodo del Terrore Bianco furono massacrati migliaia di civili. Questo tragico argomento è rievocato nel notevole film taiwanese A Foggy Tale di Chen Yu-shung, che lo affronta da una prospettiva “dal basso”.
Siamo a metà degli anni Cinquanta. Yue (l’espressiva Caitlin Fang) è una contadina giovanissima di un piccolo villaggio dell’isola. Ha aiutato a nascondersi il fratello ricercato, l’artista Yun, che tuttavia è stato arrestato; un anno dopo giunge la notizia della sua esecuzione. Un ulteriore tratto crudele è che i cadaveri dei giustiziati possono essere riscattati per la sepoltura solo a costo di un pesante esborso. Con pochi soldi in tasca, Yue prende il treno e si avventura a Taipei, che non ha mai visto, nella speranza di riuscire a recuperare il corpo. Per sua fortuna instaura casualmente un rapporto col burbero guidatore di risciò Chao (Will Orr), tutt’altro che onesto ma di buon cuore, che la protegge e la accompagna (imprecando, da buon ex militare, in tutti i dialetti cinesi).
Attraverso lo sguardo “vergine” di Yue, il film ricrea in modo memorabile – è uno di quei casi in cui il cinema diventa una vera macchina del tempo – la Taipei del passato. Questo vale sia dal punto di vista dell’architettura e degli arredi sia da quello della vita quotidiana. Con vivezza ammirevole sorge davanti ai nostri occhi una folla di figure, affaccendate come formiche nella lotta quotidiana per tirare avanti di giorno in giorno. Alcune gentili, altre maligne, tutte sono definite da un’agilità di disegno, del regista e sceneggiatore Chen, che le rende egualmente nitide e vive. Specialmente nella prima parte del film, questo atteggiamento di apertura nel “viaggio dentro il paesaggio umano” potrebbe ricordare il nostro De Sica.
La seconda parte si concentra sulla missione di Yue, culminando in una scena di commosso orrore sui cadaveri dei trucidati. Ma il film – che sul tempo e gli orologi contiene un discorso simbolico fin dall'inizio 
si lancia infine in un’autentica corsa lungo il tempo (tramite vecchie foto con didascalie e poi una sequenza finale) che narra la storia ulteriore di Yue e implicitamente quella di Taiwan con partecipata solennità.


Deep Quiet Room, Shen Ko-shang

La mancata comprensione dei motivi di un suicidio in un film interessante, dove l’elemento profondamente drammatico della storia colpisce (sebbene con un aspetto frustrante di cui dirò fra poco). Yi-ting (Ariel Lin), moglie innamorata e ricambiata di Ming (Joseph Chang), aspetta un figlio, che sarà una bambina. Entra in crisi e alla fine si uccide. Ora, cosa che tutti gli spettatori hanno sospettato subito, il grande segreto del film è che in tenera età Yi-ting era stata abusata dal padre. Non è chiaro se avesse cercato di dimenticarlo o cosa, ma la gravidanza fa tornare a galla tutto, e la manda fuori di testa – tanto più che il padre, non più autosufficiente, vive con loro – fino al suicidio. Ming, all’oscuro di tutto per tre quarti del film, deve fare i conti con questa drammatica degenerazione psichica (nei flashback).
Sul piano stilistico Deep Quiet Room è notevole. Fin dall’inizio, con la bella scena in biblioteca, vi si vede una nettezza decisa e un’originalità nell’uso del sonoro, che anticipa o, qui, addirittura sostituisce i flashback. Quanto ai flashback, il loro ordine è decisamente anacronico e questo crea una specie di “tempo psicologico unificato” nel film. Dopo un inizio imperativo, il film rallenta, ma resta convincente.
Il difetto base del film è appunto che vuole mantenere l’elemento di mistero riguardo alle cause della nevrosi di Yi-ting (che non parla). Questa mancata spiegazione la fa apparire, per larga parte del film, pressoché pazza (scoperto che il nascituro sarà una bambina, dice che vuole abortire), per cui lo spettatore si unisce psicologicamente all’impazienza furiosa di Ming; quando poi il segreto viene rivelato post mortem, dando il via alla parte finale, proprio perché tutti lo sospettavamo, fa un effetto di anticlimax. Nota che, a peggiorare le cose, anche dopo la morte di Yi-ting la sorella maggiore (cosa credibile) e la psicologa (meno credibile) non rivelano niente a Ming, il quale, poveraccio, non capisce cosa è successo ed è veramente “sperduto nel buio”. In questo il film appare veramente molto pensato, nel senso della scrittura a effetto, per il suo voler celare ciò che tutti indovinano benissimo.
Aggiungo un difetto minore. Posso sbagliarmi ma ci giurerei che il pre-finale tragico, assai bello, concluso da un primissimo piano di Yi-ting sorridente doveva rappresentare il vero finale del film. Se ho ragione, la produzione non ha osato farlo e ci ha appiccicato un finalino aperto illogico e insipido.

A Mighty Adventure, Toe Yuen

L’hongkonghese Toe Yuen è l’autore di una splendida serie animata di Hong Kong, dolce e malinconica, quella del maialino McDull (il cui primo film è del 2001). Il film di animazione A Mighty Adventure – prodotto da Taiwan, Malaysia e Hong Kong – è stato scritto e diretto da Toe Yuen, ma non presenta somiglianze di stile o di tecnica con la serie McDull. Sul piano visuale, il film è certamente è di alto livello. È realizzato in digitale usando la motion capture per gli esseri umani e gli oggetti, come mostrano i brani di lavorazione presenti nei credits di coda.
Ambientato nel mondo degli insetti, presenta una giovane cavalletta e un ragnetto che per seguire una farfalla con cui fanno amicizia si trovano in una pericolosa avventura dentro la città degli umani (ma che anche la campagna verde dove abitano non sia priva di pericoli, lo mostra il pre-finale). La resa tanto della campagna quanto del mondo umano, tutto visto “ad altezza di insetto”, è stupefacente: ed è una costante del cinema, questo fascino del micro-cosmo.
La caratterizzazione dei personaggi incrocia l’umanizzazione con la realtà comportamentale; non parlano, rimangono relativamente fedeli al comportamento da insetto, ma esprimono i comportamenti umani con gesti (e il ragnetto in particolare con accenni di espressione). Il risultato è interessante anche perché riesce ad attribuire loro un carattere senza innestare sui personaggi un’intelligenza stile Disney o Pixar.
Il film sfrutta al massimo le risorse dell’animazione digitale. Qui c’è un problema: il rischio di cadere nella sindrome di Avatar: cioè, di essere visually stunning ma di puntare tutto su questo piano. Devo confessare di aver trovato la prima parte un filo (solo un filo) noiosa. La seconda mi sembra migliore – stranamente, o forse no, succedeva anche con Avatar – proprio perché più mossa e avventurosa, mentre la prima era più incentrata sull’esplorazione.

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