A
Foggy Tale, Chen Yu-shung
Non
tutti sanno che a Taiwan sotto il governo militare (la legge marziale
fu tolta solo nel 1987) nel periodo del Terrore Bianco furono
massacrati migliaia di civili. Questo tragico argomento è rievocato
nel notevole film taiwanese A Foggy Tale di Chen Yu-shung, che lo
affronta da una prospettiva “dal basso”.
Siamo
a metà degli anni Cinquanta. Yue (l’espressiva Caitlin Fang) è
una contadina giovanissima di un piccolo villaggio dell’isola. Ha
aiutato a nascondersi il fratello ricercato, l’artista Yun, che
tuttavia è stato arrestato; un anno dopo giunge la notizia della sua
esecuzione. Un ulteriore tratto crudele è che i cadaveri dei
giustiziati possono essere riscattati per la sepoltura solo a costo
di un pesante esborso. Con pochi soldi in tasca, Yue prende il treno
e si avventura a Taipei, che non ha mai visto, nella speranza di
riuscire a recuperare il corpo. Per sua fortuna instaura casualmente
un rapporto col burbero guidatore di risciò Chao (Will Orr),
tutt’altro che onesto ma di buon cuore, che la protegge e la
accompagna (imprecando, da buon ex militare, in tutti i dialetti
cinesi).
Attraverso
lo sguardo “vergine” di Yue, il film ricrea in modo memorabile –
è uno di quei casi in cui il cinema diventa una vera macchina del
tempo – la Taipei del passato. Questo vale sia dal punto di vista
dell’architettura e degli arredi sia da quello della vita
quotidiana. Con vivezza ammirevole sorge davanti ai nostri occhi una
folla di figure, affaccendate come formiche nella lotta quotidiana
per tirare avanti di giorno in giorno. Alcune gentili, altre maligne,
tutte sono definite da un’agilità di disegno, del regista e
sceneggiatore Chen, che le rende egualmente nitide e vive.
Specialmente nella prima parte del film, questo atteggiamento di
apertura nel “viaggio dentro il paesaggio umano” potrebbe
ricordare il nostro De Sica.
La
seconda parte si concentra sulla missione di Yue, culminando in una
scena di commosso orrore sui cadaveri dei trucidati. Ma il film – che sul tempo e gli orologi contiene un discorso simbolico fin dall'inizio – si
lancia infine in un’autentica corsa lungo il tempo (tramite vecchie
foto con didascalie e poi una sequenza finale) che narra la storia
ulteriore di Yue e implicitamente quella di Taiwan con partecipata
solennità.
Deep
Quiet Room, Shen Ko-shang
La
mancata comprensione dei motivi di un suicidio in un film
interessante, dove l’elemento profondamente drammatico della storia
colpisce (sebbene con un aspetto frustrante di cui dirò fra poco).
Yi-ting (Ariel Lin), moglie innamorata e ricambiata di Ming (Joseph
Chang), aspetta un figlio, che sarà una bambina. Entra in crisi e
alla fine si uccide. Ora, cosa che tutti gli spettatori hanno
sospettato subito, il grande segreto del film è che in tenera età Yi-ting
era stata abusata dal padre. Non è chiaro se avesse cercato di
dimenticarlo o cosa, ma la gravidanza fa tornare a galla tutto, e la
manda fuori di testa – tanto più che il padre, non più
autosufficiente, vive con loro – fino al suicidio. Ming, all’oscuro
di tutto per tre quarti del film, deve fare i conti con questa
drammatica degenerazione psichica (nei flashback).
Sul
piano stilistico Deep Quiet Room è notevole. Fin dall’inizio, con
la bella scena in biblioteca, vi si vede una nettezza decisa e
un’originalità nell’uso del sonoro, che anticipa o, qui,
addirittura sostituisce i flashback. Quanto ai flashback, il loro
ordine è decisamente anacronico e questo crea una specie di “tempo
psicologico unificato” nel film. Dopo un inizio imperativo, il film
rallenta, ma resta convincente.
Il
difetto base del film è appunto che vuole mantenere l’elemento di
mistero riguardo alle cause della nevrosi di Yi-ting (che non parla).
Questa mancata spiegazione la fa apparire, per larga parte del film,
pressoché pazza (scoperto che il nascituro sarà una bambina, dice
che vuole abortire), per cui lo spettatore si unisce psicologicamente
all’impazienza furiosa di Ming; quando poi il segreto viene
rivelato post mortem, dando il via alla parte finale, proprio perché
tutti lo sospettavamo, fa un effetto di anticlimax. Nota che, a
peggiorare le cose, anche dopo la morte di Yi-ting la sorella
maggiore (cosa credibile) e la psicologa (meno credibile) non
rivelano niente a Ming, il quale, poveraccio, non capisce cosa è
successo ed è veramente “sperduto nel buio”. In questo il film
appare veramente molto pensato, nel senso della scrittura a effetto,
per il suo voler celare ciò che tutti indovinano benissimo.
Aggiungo
un difetto minore. Posso sbagliarmi ma ci giurerei che il pre-finale
tragico, assai bello, concluso da un primissimo piano di Yi-ting
sorridente doveva rappresentare il vero finale del film. Se ho
ragione, la produzione non ha osato farlo e ci ha appiccicato un
finalino aperto illogico e insipido.
A
Mighty Adventure, Toe Yuen
L’hongkonghese Toe Yuen è l’autore di una splendida serie animata di
Hong Kong, dolce e malinconica, quella del maialino McDull (il cui
primo film è del 2001). Il film di animazione A Mighty Adventure –
prodotto da Taiwan, Malaysia e Hong Kong – è stato scritto e
diretto da Toe Yuen, ma non presenta somiglianze di stile o di
tecnica con la serie McDull. Sul piano visuale, il film è certamente
è di alto livello. È realizzato in digitale usando la motion
capture per gli esseri umani e gli oggetti, come mostrano i brani di
lavorazione presenti nei credits di coda.
Ambientato nel mondo degli
insetti, presenta una giovane cavalletta e un ragnetto che per
seguire una farfalla con cui fanno amicizia si trovano in una
pericolosa avventura dentro la città degli umani (ma che anche la
campagna verde dove abitano non sia priva di pericoli, lo mostra il
pre-finale). La resa tanto della campagna quanto del mondo umano,
tutto visto “ad altezza di insetto”, è stupefacente: ed è una
costante del cinema, questo fascino del micro-cosmo.
La
caratterizzazione dei personaggi incrocia l’umanizzazione con la
realtà comportamentale; non parlano, rimangono relativamente fedeli
al comportamento da insetto, ma esprimono i comportamenti umani con
gesti (e il ragnetto in particolare con accenni di espressione). Il
risultato è interessante anche perché riesce ad attribuire loro un
carattere senza innestare sui personaggi un’intelligenza stile Disney o Pixar.
Il
film sfrutta al massimo le risorse dell’animazione digitale. Qui
c’è un problema: il rischio di cadere nella sindrome di Avatar:
cioè, di essere visually stunning ma di puntare tutto su questo
piano. Devo confessare di aver trovato la prima parte un filo (solo
un filo) noiosa. La seconda mi sembra migliore – stranamente, o
forse no, succedeva anche con Avatar – proprio perché più mossa e
avventurosa, mentre la prima era più incentrata sull’esplorazione.

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