martedì 26 maggio 2026

FEFF 2026 - coproduzioni Cina/Hong Kong

 

Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert, Yuen Woo-ping

Yuen Woo-ping! Questo nome forse non farà suonare immediatamente un campanello alle orecchie di chi non sia un amante del cinema orientale. Ma se diciamo Matrix, La tigre e il dragone e Kill Bill (in Occidente; per non parlare degli hongkonghesi Drunken Master, Once Upon a Time in China II e una miriade d’altri) subito ci diventa familiare. Yuen Woo-ping è il più grande coreografo di arti marziali nella storia del cinema di Hong Kong; in tal veste è stato chiamato da Hollywood e ha portato l’esperienza del cinema di arti marziali e del wirework (i prodigi con i cavi) a conoscenza degli spettatori di tutto il mondo. Però Yuen è anche regista in proprio. Il FEFF ha avuto l’onore di conferirgli, l’ultima sera del festival, il Gelso d’Oro alla Carriera, e contestualmente di presentare come film di chiusura il suo recentissimo Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert (Cina/Hong Kong, 2026): un’epica in costume tratta da un manhua (fumetto cinese) che segue le gesta di un gruppo di eroi – sarebbe eccessivamente intricato darne una descrizione anche minima – alle prese con un viaggio epico tra imboscate, scontri e fughe rocambolesche. Un film costellato di elaborati combattimenti girati, non senza grosse difficoltà, in splendide location reali, che creano un universo desertico assolutamente memorabile nella fotografia di Cheung Tung-leung. Questo film resterà certamente nella memoria degli spettatori come uno dei punti alti del ventottesimo FEFF. E bisognava vederlo, Yuen Woo-ping, felice dopo l’uragano di applausi della proiezione, andare fuori dalla strada indicata per l’uscita dalla sala per battere un cinque alla mano di uno spettatore.
Detto in una parola, Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert è l’ABC del cinema. D’accordo, esistono anche le altre lettere; ma senza l’ABC dove vai? È la forza, l’eleganza, il ritmo; la bellezza del movimento, la coordinazione geometrica, il senso plastico; il combattimento come balletto marziale, ma senza astrazione che ne depotenzi la carica letale.
Qui, a proposito di carica letale, entra in argomento il secondo versante del film, che è quello del contenuto. Si dice che la giustizia non è di questo mondo – ma certo è del mondo del cinema. Blades of the Guardians eleva al quadrato quel momento centrale del cinema tanto occidentale quanto orientale in cui vengono a coincidere, e materialmente fondersi nell'azione, la giustizia e la vendetta. E inserisce tutto ciò in quella dialettica del cinema eroico cinese che si basa sul concetto di yi (righteousness). In questo, tra i "cavalieri antiqui" dell'Occidente e quelli dell'Oriente si stende un ponte ben riconoscibile. 


The Shadow’s Edge, Larry Yang


Tutti gli appassionati del cinema orientale conoscono l’esagerazione hongkonghese. Quando l’eroe, spesso vestito di bianco, si batteva con decine e decine di nemici e li stendeva tutti (in genere restando ferito: non per realismo ma perché nel cinema orientale bisogna soffrire, se no la vittoria è nulla). Questo concetto di esagerazione era piacevolissimo, perché quello hongkonghese era un grande cinema (e infatti fece scuola). La ritroviamo nel bel thriller avventuroso, una coproduzione Cina/Hong Kong, The Shadow’s Edge, scritto e diretto da Larry Yang. Il film raggiunge l’obiettivo di riprendere in forme contemporanee la grande lezione di Hong Kong. Naturalmente, l’intento era già dichiarato dalla presenza di due dei grandi nomi iconici del cinema action-thriller, del cinema di arti marziali e del wuxiapian di Hong Kong: Jackie Chan e Tony Leung Ka-fai. C’è perfino, alla fine, la tipica routine dei film di Jackie Chan delle scene sbagliate.
The Shadow’s Edge è un libero remake del film hongkonghese del 2007 Eye in the Sky, prodotto da Johnnie To, dove Tony Leung Ka-fai interpretava il ruolo di villain che rifà nel presente film (la sua interpretazione, senza voler togliere niente a quella di Chan, è assolutamente monumentale). Il titolo Eye in the Sky si riferiva alle telecamere di sorveglianza; vale anche per The Shadow’s Edge, dove però la fiducia nella tecnologia è ancora minore. Dopo una rapina, personaggi o veicoli scompaiono letteralmente dagli schermi del quartier generale della polizia di Macao; il motivo è che un super-hacker si è introdotto nel sistema e ci fa il buono e il cattivo tempo. E allora che fare? Tocca richiamare dal servizio Wong (Jackie Chan), un poliziotto della vecchia scuola di sudore e piedi piatti, ovvero di sorveglianza diretta con travestimenti vari, e non sui monitor. Le sue lezioni teorico-pratiche alla sua squadra su come vada fatto il lavoro di sorveglianza sono fra le pagine più gustose del film.
L’aspetto poliziesco e quello, correlato, dei combattimenti sono generosamente serviti, sia sul piano delle sparatorie sia su quello degli scontri fisici, come per esempio kung fu contro arma bianca, caratterizzati da quell’aspetto di esagerazione eroica che dicevamo sopra. Val la pena di notare che nei combattimenti di Jackie Chan si ritrova quel “kung fu del vuoto”, originale nell’invenzione e abilissimo nell’usare gli interstizi, che è sempre stato il suo marchio di fabbrica. Entrambi gli attori, alla loro età tutt’altro che verde, sono protagonisti di grandi combattimenti di arti marziali (anche se per l’inevitabile scontro diretto bisogna aspettare il climax pre-finale); ma soprattutto mostrano la capacità di dar corpo a due personaggi che posseggono una profondità umana.
L’uno poliziotto ultra-determinato, l’altro bandito cattivissimo (anche se con una profondità soggettiva che a tratti sconvolge): il film sottolinea, in montaggio parallelo, il loro rapporto reciproco. Per entrambi viene messo in risalto l’aspetto della paternità mancata: sono presentati come “padrini” in un rapporto difficile (il primo, ) e tragico (il secondo) coi figli putativi, il che apre a notevoli brevi squarci mélo. Infatti Wong (Jackie Chan) trova una figlia putativa nella persona di Guoguo (Zhang Zifeng), giovane poliziotta durissima ma internamente fragile, che lo respinge perché lo accusa della morte del padre, suo partner, molti anni prima. The Shadow, l’Ombra (Tony Leung), ha allevato un gruppo di orfani come figli/complici, una relazione autoritaria e malata che arriva fino a contemplare l’omicidio – e che consente a Tony Leung degli “a solo” di straordinaria bravura (il suo urlo muto di dolore colpevole è indimenticabile)
.
Divertimento immediato, suspense (la scena della cena sotto mentite spoglie è un capolavoro), scontri estremi e un po’ di profondità melodrammatica sorreggono un film che dura due ore e venti, ma passano in un minuto. E un final
e che è puro feuilleton ci promette un seguito.

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