Blades
of the Guardians:
Wind Rises in the Desert,
Yuen Woo-ping
Yuen
Woo-ping! Questo
nome
forse non farà
suonare immediatamente
un campanello alle orecchie di chi non sia un amante del cinema
orientale. Ma se diciamo Matrix,
La tigre e il dragone e Kill Bill (in
Occidente; per
non parlare degli hongkonghesi Drunken Master, Once Upon a Time in
China II e una
miriade d’altri)
subito ci diventa familiare. Yuen
Woo-ping è
il più grande coreografo di arti marziali nella storia del cinema di
Hong Kong; in tal veste è stato chiamato da Hollywood e ha portato
l’esperienza del cinema di arti marziali e del wirework (i
prodigi
con i cavi) a conoscenza degli spettatori di tutto il mondo. Però
Yuen
è
anche regista in proprio. Il FEFF ha
avuto l’onore di
conferirgli, l’ultima
sera del festival,
il Gelso d’Oro alla Carriera, e contestualmente di presentare come
film di chiusura il
suo recentissimo
Blades
of the Guardians: Wind Rises in the Desert (Cina/Hong
Kong, 2026): un’epica
in costume tratta
da un manhua (fumetto cinese) che
segue le gesta di un gruppo di eroi – sarebbe
eccessivamente intricato darne una descrizione anche minima – alle
prese con un viaggio epico tra imboscate, scontri e fughe
rocambolesche. Un
film costellato
di
elaborati
combattimenti girati,
non senza grosse difficoltà, in
splendide
location
reali, che
creano un universo desertico assolutamente memorabile nella
fotografia di Cheung
Tung-leung. Questo film resterà
certamente nella memoria degli spettatori come uno dei punti alti del
ventottesimo FEFF. E
bisognava
vederlo, Yuen Woo-ping, felice dopo l’uragano
di applausi
della proiezione, andare fuori dalla strada indicata per l’uscita
dalla
sala per battere un cinque alla mano di uno spettatore.
Detto
in
una parola, Blades
of the Guardians: Wind Rises in the Desert è
l’ABC del cinema. D’accordo, esistono anche le altre lettere; ma
senza l’ABC dove vai?
È
la forza, l’eleganza, il ritmo; la bellezza del movimento, la
coordinazione geometrica, il senso plastico; il combattimento come
balletto marziale, ma senza astrazione che ne depotenzi la carica
letale.
Qui,
a proposito di carica letale, entra in argomento il secondo versante
del film, che è quello del contenuto. Si dice che la giustizia non è
di questo mondo – ma certo è del mondo del cinema. Blades of the
Guardians eleva al quadrato quel momento centrale del cinema tanto
occidentale quanto orientale in cui vengono a coincidere, e
materialmente fondersi nell'azione, la giustizia e la vendetta. E inserisce tutto ciò in quella dialettica del cinema eroico cinese che si basa sul concetto di yi (righteousness). In questo, tra i "cavalieri antiqui" dell'Occidente e quelli dell'Oriente si stende un ponte ben riconoscibile.
The Shadow’s Edge, Larry Yang
Tutti
gli appassionati del cinema orientale conoscono l’esagerazione
hongkonghese. Quando l’eroe, spesso vestito di bianco, si batteva
con decine e decine di nemici e li stendeva tutti (in genere restando
ferito: non per realismo ma perché nel cinema orientale bisogna
soffrire, se no la vittoria è nulla). Questo concetto di
esagerazione era piacevolissimo, perché quello hongkonghese era un
grande cinema (e infatti fece scuola). La ritroviamo nel bel thriller
avventuroso, una coproduzione Cina/Hong Kong, The Shadow’s Edge,
scritto e diretto da Larry Yang. Il film raggiunge l’obiettivo di
riprendere in forme contemporanee la grande lezione di Hong Kong.
Naturalmente, l’intento era già dichiarato dalla presenza di due
dei grandi nomi iconici del cinema action-thriller, del cinema di
arti marziali e del wuxiapian
di Hong Kong: Jackie Chan e Tony Leung Ka-fai. C’è perfino, alla
fine, la tipica routine dei film di Jackie Chan delle scene
sbagliate.
The
Shadow’s Edge è un libero remake del film hongkonghese del 2007
Eye in the Sky, prodotto da Johnnie To, dove Tony Leung Ka-fai
interpretava il ruolo di villain che rifà nel presente film (la sua
interpretazione, senza voler togliere niente a quella di Chan, è
assolutamente monumentale). Il titolo Eye in the Sky si riferiva alle
telecamere di sorveglianza; vale anche per The Shadow’s Edge, dove
però la fiducia nella tecnologia è ancora minore. Dopo una rapina,
personaggi o veicoli scompaiono letteralmente dagli schermi del
quartier generale della polizia di Macao; il motivo è che un
super-hacker si è introdotto nel sistema e ci fa il buono e il
cattivo tempo. E allora che fare? Tocca richiamare dal servizio Wong
(Jackie Chan), un poliziotto della vecchia scuola di sudore e piedi
piatti, ovvero di sorveglianza diretta con travestimenti vari, e non
sui monitor. Le sue lezioni teorico-pratiche alla sua squadra su come
vada fatto il lavoro di sorveglianza sono fra le pagine più gustose
del film.
L’aspetto
poliziesco e quello, correlato, dei combattimenti sono generosamente
serviti, sia sul piano delle sparatorie sia su quello degli scontri
fisici, come per esempio kung fu contro arma bianca, caratterizzati
da quell’aspetto di esagerazione eroica che dicevamo sopra. Val la
pena di notare che nei combattimenti di Jackie Chan si ritrova quel
“kung fu del vuoto”, originale nell’invenzione e abilissimo
nell’usare gli interstizi, che è sempre stato il suo marchio di
fabbrica. Entrambi gli attori, alla loro età tutt’altro che verde,
sono protagonisti di grandi combattimenti di arti marziali (anche se
per l’inevitabile scontro diretto bisogna aspettare il climax
pre-finale); ma soprattutto mostrano la capacità di dar corpo a due
personaggi che posseggono una profondità umana.
L’uno
poliziotto ultra-determinato, l’altro bandito cattivissimo (anche
se con
una profondità soggettiva che a tratti sconvolge): il
film
sottolinea,
in montaggio parallelo,
il loro rapporto reciproco. Per
entrambi
viene
messo in risalto l’aspetto della paternità mancata:
sono presentati come
“padrini” in un rapporto difficile (il primo, ) e tragico (il
secondo) coi figli putativi, il
che apre
a notevoli brevi squarci mélo. Infatti
Wong
(Jackie Chan) trova una figlia putativa nella persona di Guoguo
(Zhang Zifeng),
giovane
poliziotta durissima ma
internamente fragile, che lo respinge perché lo accusa della morte
del padre, suo partner, molti anni prima. The Shadow, l’Ombra (Tony
Leung), ha allevato un gruppo di orfani come figli/complici, una
relazione autoritaria e malata
che arriva fino a contemplare
l’omicidio
– e
che consente
a Tony Leung degli
“a
solo”
di straordinaria bravura (il
suo urlo muto di dolore colpevole è
indimenticabile).
Divertimento
immediato, suspense (la scena della cena sotto mentite spoglie è un
capolavoro),
scontri estremi e un po’ di profondità melodrammatica sorreggono
un film che dura
due ore e venti,
ma passano in un minuto. E
un finale
che è puro feuilleton ci promette un seguito.

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