Jon Favreau
Nell’universo
di Star Wars, sono i primi anni della Nuova Repubblica; il compito
del cacciatore di taglie Mandaloriano e del suo piccolissimo aiutante
Grogu (della stessa razza di Yoda, con le sue enormi orecchie e il
legame con la Forza) è di catturare i potenti sostenitori
dell’Impero che si nascondono fra i mille pianeti della galassia.
The Mandalorian è una serie tv assai riuscita per l’indovinata
interazione fra il taciturno Mandaloriano, col volto nascosto dal suo
elmo, e il “baby Yoda” Grogu, una sorta di figlio adottivo, le
cui espressioni infantili destano una simpatia immediata (che non
nasce dal nulla ma da precisi studi etologici della produzione). La
mancanza di volto del Mandaloriano, sempre nascosto dall’elmetto
(le rarissime volte che lo toglie è un avvenimento), ha l’effetto
di far risaltare ancora di più le espressioni di Grogu.
Di
fronte a problemi che hanno ritardato la quarta stagione, la
Lucasfilm ha deciso di produrre un film per il grande schermo, ed
ecco The Mandalorian and Grogu di Jon Favreau. Invero si sente ancora
qualcosa della serie tv, in un film composto di due diverse avventure
come due puntate – dove l’elemento di collegamento è fornito
dagli spietati Hutt (in pratica una famiglia di Atridi in forma di
enormi lumaconi). Però, nonostante la natura “doppia”, è
un’opera dinamica e decisamente divertente. Grogu, senza sorpresa,
ruba la scena. Grande la sua apparizione improvvisa quando mangia lo
scorpione alieno che si stava arrampicando sul petto del Mandaloriano
svenuto! Da notare che in questa sezione nell’umida foresta del
pianeta Nal Hutta, un paio di inquadrature creano un cortocircuito
mentale dove Grogu appare, nonostante l'età, come ripresa figurativa di Yoda: il bastone
contorto in una, la posa meditativa in un’altra (ma basterebbe
l’ambientazione della giungla in sé).
L’elemento
avventuroso nel film è vivace, con un’esagerazione da western
italiano nelle sparatorie del Mandaloriano, e quando si conclude con
il più classico “Arrivano i nostri” esso riporta un’avventura
di dimensione personale a un ritorno apertamente citazionistico del versante principale della serie, in questo collegandosi all'inizio coi Camminatori. Un grande gusto dell’invenzione produce una serie di
mostri da affrontare – quali le creature nell’arena dei giochi
gladiatorî o il bianco serpente-drago nel lago sotterraneo – che
sul piano visivo sono tra i migliori dell’intera saga di Star Wars.
Nel
film, la bizzarra coppia deve liberare (in cambio di preziose
informazioni) Rotta the Hutt, il figlio di quel memorabile Jabba the
Hutt che aveva reso schiava la principessa Leia ne Il ritorno dello
Jedi. In un universo narrativo che esprime una concezione drammatica
e fatale della paternità (una serie di nobili – o non nobili –
fallimenti), quella putativa fra il Mandaloriano e il piccolo Grogu è
un’eccezione, alla quale peraltro la serie tv. In essa si
rispecchia in negativo quella, radicata nel passato, di Rotta the
Hutt col terribile padre Jabba, con un’evoluzione personale che
passa per il rinnegamento – appunto, un topos della saga. A un
certo punto Rotta dice con amarezza parlando di Grogu: “Io ero solo alla sua
età… dovevo badare a me stesso… per fortuna lui ha te”.
All’inizio
della missione Rotta the Hutt
è tenuto prigioniero sul
pianeta Shakari; e qui,
con una partecipazione
straordinaria, Martin Scorsese
presta la voce a un venditore di cibo
da strada con quattro braccia che – a parte il numero degli arti –
potrebbe ben appartenere
al paesaggio notturno metropolitano di un suo film, in
una città molto realistica,
fatta di grattacieli
nel buio e scarso
senso di umanità. L’elemento
di “sorpresa geografica” di Star Wars – che nasceva
cinquant’anni fa con le mirabilia di Tatooine – è sempre vivo e
vegeto.

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