domenica 24 maggio 2026

The Mandalorian and Grogu

Jon Favreau
 

Nell’universo di Star Wars, sono i primi anni della Nuova Repubblica; il compito del cacciatore di taglie Mandaloriano e del suo piccolissimo aiutante Grogu (della stessa razza di Yoda, con le sue enormi orecchie e il legame con la Forza) è di catturare i potenti sostenitori dell’Impero che si nascondono fra i mille pianeti della galassia. The Mandalorian è una serie tv assai riuscita per l’indovinata interazione fra il taciturno Mandaloriano, col volto nascosto dal suo elmo, e il “baby Yoda” Grogu, una sorta di figlio adottivo, le cui espressioni infantili destano una simpatia immediata (che non nasce dal nulla ma da precisi studi etologici della produzione). La mancanza di volto del Mandaloriano, sempre nascosto dall’elmetto (le rarissime volte che lo toglie è un avvenimento), ha l’effetto di far risaltare ancora di più le espressioni di Grogu.
Di fronte a problemi che hanno ritardato la quarta stagione, la Lucasfilm ha deciso di produrre un film per il grande schermo, ed ecco The Mandalorian and Grogu di Jon Favreau. Invero si sente ancora qualcosa della serie tv, in un film composto di due diverse avventure come due puntate – dove l’elemento di collegamento è fornito dagli spietati Hutt (in pratica una famiglia di Atridi in forma di enormi lumaconi). Però, nonostante la natura “doppia”, è un’opera dinamica e decisamente divertente. Grogu, senza sorpresa, ruba la scena. Grande la sua apparizione improvvisa quando mangia lo scorpione alieno che si stava arrampicando sul petto del Mandaloriano svenuto! Da notare che in questa sezione nell’umida foresta del pianeta Nal Hutta, un paio di inquadrature creano un cortocircuito mentale dove Grogu appare, nonostante l'età, come ripresa figurativa di Yoda: il bastone contorto in una, la posa meditativa in un’altra (ma basterebbe l’ambientazione della giungla in sé).
L’elemento avventuroso nel film è vivace, con un’esagerazione da western italiano nelle sparatorie del Mandaloriano, e quando si conclude con il più classico “Arrivano i nostri” esso riporta un’avventura di dimensione personale a un ritorno apertamente citazionistico del versante principale della serie, in questo collegandosi all'inizio coi Camminatori. Un grande gusto dell’invenzione produce una serie di mostri da affrontare – quali le creature nell’arena dei giochi gladiatorî o il bianco serpente-drago nel lago sotterraneo – che sul piano visivo sono tra i migliori dell’intera saga di Star Wars.
Nel film, la bizzarra coppia deve liberare (in cambio di preziose informazioni) Rotta the Hutt, il figlio di quel memorabile Jabba the Hutt che aveva reso schiava la principessa Leia ne Il ritorno dello Jedi. In un universo narrativo che esprime una concezione drammatica e fatale della paternità (una serie di nobili – o non nobili – fallimenti), quella putativa fra il Mandaloriano e il piccolo Grogu è un’eccezione, alla quale peraltro la serie tv. In essa si rispecchia in negativo quella, radicata nel passato, di Rotta the Hutt col terribile padre Jabba, con un’evoluzione personale che passa per il rinnegamento – appunto, un topos della saga. A un certo punto Rotta dice con amarezza parlando di Grogu: “Io ero solo alla sua età… dovevo badare a me stesso… per fortuna lui ha te”.
All’inizio della missione Rotta the Hutt è tenuto prigioniero sul pianeta Shakari; e qui, con una partecipazione straordinaria, Martin Scorsese presta la voce a un venditore di cibo da strada con quattro braccia che – a parte il numero degli arti – potrebbe ben appartenere al paesaggio notturno metropolitano di un suo film, in una città molto realistica, fatta di grattacieli nel buio e scarso senso di umanità.
L’elemento di “sorpresa geografica” di Star Wars – che nasceva cinquant’anni fa con le mirabilia di Tatooine – è sempre vivo e vegeto.

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