Gore Verbinski
Com’è cupo l’inizio di “Pirati dei Carabi - Ai confini del mondo” di Gore Verbinski, con la lunga fila di innocenti che vengono impiccati dai soldati. “Ora arrivano i nostri”, pensiamo - ma niente. Poi nel secondo gruppo di condannati appare un bambino - il boia per mettergli la corda al collo lo fa salire su un barilotto - che canta la canzone dei pirati e nervosamente giocherella con un “pezzo da otto”; allora ci diciamo che è arrivato il momento, che qui i buoni irromperanno come una furia. Proprio come nel “Robin Hood” di Kevin Reynolds (ricordate l’ormai classico “primo piano” della freccia in volo?). Ma niente: il doblone cade giù quando il bambino viene impiccato.
Questo non solo per le ragioni della narrazione (in quel momento i protagonisti sono altrove e in tutt’altre faccende affaccendati). Ma perché c’è una sfumatura di amarezza, nel film, sotto l’euforia rutilante delle battaglie. Nella parte mediana, i protagonisti impiegano la maggior parte del tempo a complottare uno contro l’altro. Se nel secondo film della serie (per non dire del primo!) era chiaro chi stava con chi (e il cinismo di Jack Sparrow era un portato umoristico del suo buffo stile da pendaglio da forca), qui l’ambiguità è ben più diffusa e reale; anche perché più che mai gli obiettivi dei personaggi, in primis Sparrow/Johnny Depp e Turner/Orlando Bloom, sono divergenti.
Il primo dei tre film, “La maledizione della prima luna”, era un’elegia adolescenziale (lo diceva chiaramente l’inizio), che materializzava il sogno di libertà della ragazza di buona famiglia Elizabeth/Keira Knightley. Ma ora, a conclusione della trilogia che l’ha portata “ai confini del mondo”, Elizabeth è diventata grande (e diviene madre, come mostra la mini-sequenza post-titoli). Anzi, nel terzo episodio lei è più adulta, saggia e determinata dei due attraenti giuggioloni fra cui si divide il suo cuore. Questo basterebbe per fornire quel sottotono lievemente malinconico che è proprio di qualunque Bildungsroman, o romanzo di formazione - malinconico come qualsiasi cosa abbia a che fare con l’inesorabile passare del tempo. C’è di più: viviamo, in questo film, gli ultimi giorni dell’epopea della pirateria. Frammento di dialogo: “Il mondo un tempo era un posto più grande” - “Il mondo è sempre uguale. E’ il resto che è più piccolo”.
Ma da tutto ciò non deriva un film crepuscolare (neppure nel senso eroico e fatale di “Star Wars - Episodio III - La vendetta dei Sith”). Questo film è un tourbillon vitalissimo e affascinato. Come in tanto cinema contemporaneo, è centrale l’aspetto “grafico”; tutta la trilogia si basa su un’estremizzazione del fascino visuale. Il maelstrom non poteva mancare, in questa enciclopedia della mitologia marinara; e il film è impreziosito da incantevoli squarci pittorici (il viaggio tra gli iceberg, la flottiglia dei morti), sfacciati barocchismi umoristici (il nano che vola all’indietro per il rinculo dell’arma, l’alluce gelato che si stacca come un ghiacciolo, le varie apparizioni della scimmietta), nonché un tocco nascosto di erotismo feticista.
Al di là della meraviglia dell’occhio, la felicità narrativa. Probabilmente la trovata più gustosa è lo sposalizio nel bel mezzo del combattimento; ma come non menzionare l’elezione a capo dei pirati, che Elizabeth vince con due voti (giacché di solito ogni pirata vota per sé)? L’aspetto più notevole dell’intera serie è il suo spirito di originalità: ecco una trilogia di blockbusters che possiede non solo i requisiti ottimali di un buon prodotto di massa, come la spettacolarità e il ritmo, ma anche quella fluente ricchezza d’invenzione che il pur grandissimo Polanski non era riuscito a darci col suo “Pirati”. Il suo vitalismo esplode nel piglio oratorio di Capitan Barbossa/Geoffrey Rush dentro il maelstrom (“E’ il giorno della morte che dà alla vita il suo valore!”) o di Elizabeth nel suo discorso “churchilliano” ai filibustieri - e cane senza cuore chi non si commuove quando tutte le navi alzano in risposta la bandiera pirata!
(Il Nuovo FVG)
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