Jan Kounen
Nel 1955 il grande teorico del cinema André Bazin, in un saggio intitolato “Evoluzione del western”, sosteneva che “Ombre rosse” (1939) aveva segnato il punto massimo di classicismo del western, e che il western post-classico del dopoguerra si poteva definire “sur-western”: “un western che si vergognerebbe di non essere che se stesso e che cerca di giustificare la propria esistenza con un interesse supplementare: di ordine estetico, sociologico, morale, psicologico, politico, erotico...”.
Allora potremmo definire “Blueberry” di Jan Kounen un “sur-sur-sur-western”. Questo film mantiene del western la forma esteriore, però è spostato verso altri interessi: la ricerca della conoscenza e dell’accettazione di sé attraverso il “viaggio” psichedelico, procurato da una droga indiana (peyote? mezcal?) al protagonista - il quale, avendo vissuto tra gli Apaches, è già partecipe della cultura sciamanica. “Blueberry” si arresta appena un passo prima del simbolismo anni ’60 di un interessante para-western del 1971, “El Topo” di Alejandro Jodorowsky (ma Kounen tiene certamente presente anche il magnifico “Dead Man” di Jim Jarmusch).
Il mezzo per rendere nel film l’esperienza allucinatoria dei “viaggi” è la computer graphics, che dall’inconscio materializza un’invasione di scolopendre e mostruosità; e bisogna dire che non convince del tutto quest’incontro, molto insistito e replicato, tra sciamanesimo e computer graphics sullo schermo. E’ certamente interessante questa concezione, per cui il duello finale fra il buono e il cattivo - Blueberry e Blount - non si svolge a pistolettate ma ingerendo entrambi una pozione allucinogena. In effetti in questo western le pistole non servono molto al protagonista - anzi, se pensiamo alla verità del passato che emerge dal suo “trip”, combinano soprattutto guai.
Bizzarro gioco del destino che questo spostamento si esplichi a partire da un fumetto western realistico e documentato come il “Blueberry” di Charlier e Giraud (alias Moebius). Quanto ai personaggi, Blueberry diventa “Cajun” in onore dell’accento francese di Vincent Cassel (ma c’era in qualche modo una francesizzazione già nel fumetto, visto che Blueberry aveva la faccia di Jean-Paul Belmondo); il suo aiutante Jimmy qui è un “vice” competente col volto di Colm Meaney, mentre nel fumetto era il classico vecchietto pestifero del West alla Walter Brennan. Mettendo insieme due nemici, Blount e Prosit, il film deve dare un ruolo secondario al ben più demoniaco Prosit dei due albi in cui appariva.
Tuttavia la parte più interessante di “Blueberry” mi sembra quella western in senso stretto. Infatti nel film possiamo distinguere tre diverse componenti: a) il western moderno, alla Peckinpah, contenente più di un bel tocco (grande Ernest Borgnine come sceriffo paralitico soprannominato “Stella a rotelle”); b) il “côté” allucinogeno; c) quell’enfasi magniloquente e barocca ch’è una caratteristica distintiva del nuovo cinema avventuroso francese (ne sono buoni esempi “Il patto dei lupi” e “Vidocq”).
In “Blueberry” essa è dispiegata a piene mani: uso intensivo del dettaglio, “soggettive vuote” della macchina da presa, mania delle riprese aeree in picchiata (anche prestate allo sguardo soggettivo di aquile e falchi). Sul piano narrativo ci sono alcuni usi molto originali del flashback (fra le cose migliori del film), derivanti sia dalla libertà narrativa del cinema contemporaneo sia dall’atmosfera di allucinazione; e questa libertà (un po’ rara in un western) aumenta l’elemento di astrazione che si trova in “Blueberry”. L’immagine, che appare dopo i titoli di coda, dei tre banditi immobili nel deserto ricorda (ma forse è un caso) il grande western metafisico di Monte Hellman “La sparatoria”.
L’estremismo narrativo Kounen lo aveva già declinato in “Dobermann” (pure quello tratto da un fumetto) - che però risultava più compatto, anche se questo termine in generale mal si adatta a Kounen, e in definitiva più convincente.
(Il Nuovo FVG)
martedì 8 gennaio 2008
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