Pedro Almodovar
Come
punto di partenza, Amarga Navidad di Pedro Almodóvar è un po’ la
versione tragica di quello che ha fatto Woody Allen in chiave di
commedia in un suo capolavoro, Deconstructing Harry (Harry a pezzi),
su uno scrittore con il vizio di mettere nelle sue opere, appena
celati, la sua vita e i suoi parenti.
Nel
film di Almodóvar, vediamo in apertura Elsa – una regista che non
dirige più film e si limita a realizzare spot televisivi – in
preda a un terribile attacco di emicrania, tanto che deve farsi
portare dal suo amante Bonifacio al pronto soccorso: un pronto
soccorso che non assomiglia affatto ai nostri (beati gli spagnoli, ci
vien da pensare), è tranquillo e accogliente, i medici le danno
subito medicinali e una stanza con un letto; però non pensano, come
avremmo fatto noi sentendo i sintomi, a un esame per escludere un
eventuale tumore al cervello (comunque i medici hanno ragione perché
non c’è niente di simile, è solo ansia). Lo spettatore
avverte una strana aria di artificialità (anche nella “cattiva”
recitazione della brava Barbara Lennie). Un difetto del film, ci
vien da pensare.
Ma
poi vediamo le dita del regista e sceneggiatore Raúl (Leonardo
Sbaraglia, sul piano visivo un “doppio” di Almodóvar), regista
famoso che da tempo non dirige più, battere al computer la
sceneggiatura di ciò cui stiamo assistendo. Amarga Navidad contiene,
tipo matrioska, due storie intrecciate: quella di Raúl che scrive il
film di Elsa e la sceneggiatura dello stesso, che vediamo
materializzarsi in forma di film sullo schermo. Va da sé che Raúl
si proietta in Elsa, sottolineando non senza ironia la differenza di
successo e di fama. Però Raúl “vampirizza” le vite degli altri
per la sua sceneggiatura, e questo gli mette contro la sua vecchia
assistente Mónica, furiosa nel ritrovarvi la tragedia personale
della sua compagna Elena (con la perdita di un figlio e un tentativo
di suicidio) in un personaggio più giovane di nome Natalia. Con una
sottolineatura un po’ ridondante, Almodóvar ci mostra Raúl che
scrive in sceneggiatura Elena, poi cancella e sostituisce con
Natalia.
Bisogna
dire (e non stupisce) che in questa parte di “vita rubata”
relativa a Natalia (che Elsa ospita dopo una rottura con l’amica
Patricia), lo sviluppo è molto più intenso e umano. In una
bellissima scena, Natalia rimasta sola al ristorante vede un bambino,
che le ricorda il figlio morto, e piange silenziosamente, una superba
pagina di arte drammatica dell’interprete Milena Smit.
L’aspetto
geniale in questo film “metanarrativo” di Almodóvar è che tutte
le debolezze che riscontravamo nella storia di Elsa (Bonifacio è una
figura umbratile e poi sparisce, un personaggio fondamentale come
Natalia viene introdotto tardi…) saranno spietatamente denunciate
da Mónica in una tesa sequenza di litigio con Raúl verso la fine.
Così Amarga Navidad consta di un film (Raúl), di un film-non-film
(Elsa) e della critica dello stesso. In tutto ciò rientrano (in
entrambe le storie) i classici topoi almodovariani, come la morte
della madre, il masochismo sentimentale, il mondo dello spettacolo,
il corpo maschile, l’uso evocativo delle canzoni (Amarga Navidad
appunto), lo sguardo un po’ ironico sul milieu para-intellettuale
madrileno. Bisogna anche menzionare la perizia tecnica: non
dimenticheremo gli splendidi accostamenti di colori nella fotografia
di Paul Esteve Birba.
Si
potrebbe osservare che qui Almodóvar come autore ha le beau rôle,
visto che non deve temere i difetti, poiché li processerà alla
fine. Ma quel ch’è certo è che Almodóvar – sebbene con un film
sperimentale e minore – riesce ancora a stupirci.

Nessun commento:
Posta un commento