lunedì 7 gennaio 2008

Van Helsing

Stephen Sommers

Com’è giusto, tutto comincia da lì: da “the mob”, la folla di villici inferociti armati di torce che assaltano la dimora del mostro, nel bianco/nero dei vecchi film Universal degli anni ’30 e ’40. Oggi la computer graphics può trasformare il globo Universal in una palla di fuoco in b/n, in apertura dell’affascinante “Van Helsing” di Stephen Sommers, e può replicare “the mob” con una sterminata moltiplicazione dei corpi e dei fuochi: il dono di una nuova giovinezza grafica. E può amplificare fino al delirio l’incendio e il crollo del mulino che concludeva il primo “Frankenstein” (1931) di James Whale.
Torniamo un attimo alla storia della Universal, che realizzò negli anni ‘30 i suoi capolavori horror (“Dracula”, tre “Frankenstein”, “L’uomo lupo”) ed entrò nel decennio successivo in un fecondo periodo “decadente” con una serie di film godibilissimi che ficcavano nella stessa storia tutti i mostri possibili (non per nulla nel 1948 la serie si concluse - “Il cervello di Frankenstein” - con Gianni e Pinotto). “Van Helsing”, adrenalinico racconto di cacciatori di mostri coi convincenti Hugh Jackman e Kate Beckinsale, è figlio spirituale del periodo “all monsters” della Universal, anche nel concetto di “mostro contro mostro” che esplode nel dénouement. Il film elabora il gusto cinefilo inserendolo nelle dinamiche ipercinetiche dell’“action movie”: estremizza cioè quanto aveva fatto il bravo Stephen Sommers nei suoi due film sulla Mummia. Come non citare l’assalto delle vampire volanti al villaggio, o lo stupendo inseguimento della carrozza: puro movimento, pura emozione filmica. Proprio come ne “La mummia”, un’enfasi cinetica ai limiti dell’indistinguibile.
“Van Helsing” appartiene a quella tendenza contemporanea (cui la computer graphics ha dato l’apporto fondamentale) che potremmo chiamare cinema-fumetto: un cinema in cui l’aspetto grafico/visuale ha una tale centralità da assumere una rilevanza autonoma rispetto a quello narrativo - che non è subordinato ma si integra ad esso esattamente allo stesso modo dei fumetti. “Van Helsing” non ha le sottolineature di cultura “dark” di “Underworld” ma è evidente la sua somiglianza con “La leggenda degli uomini straordinari” (non solo nel personaggio di Mr. Hyde). Grafica, dunque, esaltata dalla grandezza di concezione scenografica di ambienti e movimenti, che trasforma le scene in “tavole” di indubbia bellezza visuale.
Nell’intelligente e spiritoso impianto citazionistico (che non si limita alla Universal; per esempio, nella barocca festa mascherata a Budapest si trovano aperti riferimenti a “Per favore non mordermi sul collo” di Polanski) è da menzionare lo scherzo più divertente del film, quando Anna/Kate Beckinsale dice al partner “Niente è più veloce dei cavalli della Transilvania” - ed ecco la carrozza sottomessa all’accelerazione del “Nosferatu” di Murnau! Nel discorso poi di Anna sul fatto che “nessuno sa come uccidere Dracula”, l’elenco dei mezzi tentati assume un’implicita valenza metacinematografico: “Van Helsing” è un film sull’eternità degli archetipi dell’horror nella loro costante ricombinazione.
Anche se qualsiasi horror potrebbe andar fiero della pagina delle Spose di Dracula che volano via con un lamento che resta vibrante nell’aria, dopo la morte di una di loro, “Van Helsing” non è un horror in senso stretto; nella messa in scena della mostruosità soprannaturale non mira al terrore bensì al dinamismo avventuroso dell’“action movie”. Nondimeno, il film si inserisce con dignità nell’inesauribile Catalogo dei Mostri cinematografici. Le sue vampire dall’aspetto di arpie (che mantengono una perversa attrattiva sessuale) rappresentano una considerevole aggiunta al genere; mentre Richard Roxburgh disegna un Dracula di sorprendente efficacia, ambiguo mix di simpatia più stile più dichiarata malvagità.
Se a questo film delizioso manca la profondità dell’horror, tuttavia riempie i nostri occhi di immagini memorabili nella superficie grafica. “Van Helsing” è un futuro “cult”.

(Il Nuovo FVG)

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