lunedì 7 gennaio 2008

In Good Company

Paul Weitz

Potrebbe essere intitolato “La rivincita dei dinosauri”. Ora però il lettore non pensi che “In Good Company”, scritto e diretto da Paul Weitz, è un “Jurassic Park”, in totale contrasto con quanto lasciano intendere i manifesti e il trailer; il film è esattamente ciò che tali forme di anticipazione narrativa dichiarano: una commedia newyorkese nell’ambiente degli affari, dove una multinazionale iper-global acquista una rivista di sport e ipso facto comincia a licenziare. Dan (Dennis Quaid), che dirige le vendite di pubblicità, viene retrocesso a vice; e così questo manager cinquantenne si trova ad avere per capo un ragazzino ventiseienne della nuova leva, Carter (Topher Grace) - il quale poi, a insaputa di Dan, esce con sua figlia (Scarlett Johansson).
Il film mette in scena la tradizionale partita (anche in senso proprio: vi compare una sfida a basket) tra i nuovi executives spietati e il vecchio manager col cuore al posto giusto (un “topos” classico del cinema americano sul mondo delle Corporations); mentre il giovane - un buffo mix di carattere lavorativo compulsivo e affettuosità repressa da cucciolo - pur essendo salito al comando sull’onda dell’“altra parte” si schiera con il buono. Come capo della multinazionale appare in un cameo (“uncredited”) Malcolm McDowell. Nel suo discorso al podio - una parodia della febbre della globalizzazione - la forte illuminazione dal basso e l’uso dell’inquadratura e dello sguardo servono a richiamare “Arancia meccanica”: come Anthony Perkins, Malcolm McDowell è un attore che s’è trovato il suo ruolo principe a tal punto fissato addosso, da diventare egli stesso una forma di segno.
Una battuta chiave: quando gli impiegati si chiedono fra loro chi sarà il primo ad essere licenziato, prevedono Dan, perché “Dan è preistorico”. Ora, “In Good Company” è una specie di elegia dei dinosauri, dell’essere vecchiotti e vecchio stile, con una serie continua di scherzi e di riferimenti, culminante quando la falsa spiegazione dei segni di un cazzotto come scontro fra vecchi e giovani frutta a Dan e Carter un sostanzioso contratto (particolare divertente, vediamo dall’altra parte il dinosauro globalizzato: un cellulare per bambini a forma di T-Rex che come suoneria ha un ruggito - ed è un’idea così bella che, se il vostro recensore fosse Paul Weitz, invece di metterla nel film l’avrebbe messa sul mercato). E’ interessante che, anziché concludersi come aspetteremmo con un accordo intergenerazionale, o magari con un indolore passaggio del testimone, il film arriva a una conclusione (aperta su piano sentimentale) che rappresenta il ritorno integrale allo “status quo ante”.
Spinto ai limiti del misoneismo (spiace annotare che una rivista lasciata in mano a Dan fallirebbe in tre mesi, laddove alcune idee dei suoi detestabili opponenti appaiono brillanti) e della ottocentesca concezione patrimoniale dei figli (come fa Scarlett Johnansson a sopportare suo padre?), “In Good Company” è un piccolo film divertente, che viene da Frank Capra molto più che dalla commedia americana contemporanea, nonostante la modernità di confezione. Anche per questo la visione lascia in gola una certa impressione di mielosità (ridateci Kevin Smith! ridateci i fratelli Coen! Ché all’elegante cinismo del loro sottovalutato “Prima ti sposo, poi ti rovino”, Paul Weitz quando mai ci arriva?).
Soprattutto, però, “In Good Company” è assai ben girato. La regia di Weitz è vivace e moderna senza esibizionismo; molto bella la scena dei licenziamenti con finti carrelli avanti e indietro (presi da Orson Welles, “Quarto potere”). C’è una grande pagina di uso del sonoro che lavora spiritosamente sul battito di più cuori giocando sullo statuto diegetico del suono. Un eccellente montaggio che scherza sull’ambiguità dei raccordi, un buon dialogo ricco di implicazioni, un bel cast (fra gli attori di supporto, da citare David Paymer - Morty, il manager triste con una moglie virago) rendono piacevole la visione.

(Il Nuovo FVG)

Nessun commento: