lunedì 7 gennaio 2008

Custodes Bestiae

Lorenzo Bianchini

La domanda era: riuscirà il regista horror friulano Lorenzo Bianchini a realizzare, dopo “Lidrìs cuadrade di tre”, un altro lungometraggio convincente con (quasi) gli stessi budget e limitazioni materiali del primo?
Ebbene, il suo nuovo film “Custodes Bestiae”, presentato in prima assoluta venerdì 18 marzo al Ferroviario di Udine, fornisce la risposta: assolutamente sì. Non voglio dire che Bianchini sia George A. Romero o Sam Raimi - ma è un regista di polso e di stile.
Il nuovo film - ancora girato in digitale, parlato in italiano e friulano - rappresenta un passo avanti, per complessità di trama e di messa in scena, rispetto a “Lidrìs cuadrade di tre”, pur apparendo nel contempo vicino per alcuni aspetti al bellissimo mediometraggio di argomento licantropico “I dincj de lune”, girato da Bianchini prima di “LC3”.
Mentre quest’ultimo metteva in scena, negli immaginari sotterranei del Malignani, un horror “einsteiniano” e pluridimensionale, “Custodes Bestiae” rappresenta - pur essendo modernamente narrato, nelle forme vivaci e nervose proprie del regista - l’omaggio di Lorenzo Bianchini alla “ghost story” tradizionale. La complessa trama che si costruisce lentamente concretizza quel genere di horror “antiquario” - nascente da vetusti documenti dimenticati, oscure foto spiegazzate, ambigui affreschi del Cinquecento, antichi messaggi criptati... - che ha dato fascino a tanta cinematografia e narrativa. Un nome ch’è qui inevitabile citare, e al quale “Custodes Bestiae” deve molto, è ovviamente quello di Montague Rhodes James.
Quelli sopra menzionati sono gli oggetti materiali, le tracce, le fonti da cui l’investigazione di un professore universitario e poi di un giornalista fa sorgere (a loro danno) gli orrori di un passato dimenticato. Supportato da un intelligente lavoro sul suono, “Custodes Bestiae” è tutto basato su eleganti incroci temporali (le entrate dei flashback sono eccellenti). La parte antica (XVI secolo) è di stupefacente efficacia, specie pensando alla semplicità di mezzi con cui è stata realizzata: la sequenza intrecciata del carro con le torce e del suicidio del prete non si cancellerà più dalla memoria degli spettatori; idem la sequenza fulminante dell’uscita della Bestia dal carro e del triste destino della donna rapita. Nella parte contemporanea vorrei segnalare il magnifico finale, con la gente del paese maledetto che striscia nell’ombra; qui il film si tinge di echi lovecraftiani; e l’apparizione, allo sguardo gettato nella finestra, della figura femminile con zoccoli caprini realizza un autentico soffio di gelido orrore.
Bianchini ha una notevole capacità di “vivificare” con la sua telecamera, caricandoli di minaccia, i luoghi, le opere d’arte (le sculture grottesche nella biblioteca arcivescovile!), gli oggetti: al pari di Dario Argento o Pupi Avati, è magistrale nello sfruttare il potenziale ambiguo, quasi torvo, di un bric-à-brac di vecchie cose polverose. Ed è abile a costruire con il montaggio luoghi immaginari. Lo Stellini e il Malignani “dubbed” come sede dell’università rappresentano innanzitutto il rifiuto del localismo come target, ma anche una presa di posizione teorica lucida: il cinema si crea da sé il suo mondo.
A volte il film tradisce la sua natura “povera”: c’è qualche problema tecnico, la “continuity” non è sempre perfetta, qualche rattoppo si vede. Però è un esempio complessivamente assai positivo di quello che si può chiamare il (giusto) “massimalismo” di Lorenzo Bianchini. Ovvero la scelta di rispondere alla scarsità di mezzi, non rinunciando alle ambizioni del racconto, ma costruendo pazientemente il molto col poco.
Certo, Bianchini in fatto di horror ha gusti classici: non è per l’ostentazione del mostro sullo schermo secondo il modello dell’horror americano contemporaneo. Ma questa è per lui una scelta di poetica, non di budget; e merita concludere che questo “restraint” classico, presente in tutto il suo cinema, è uno dei punti forti del regista friulano.

(Il Nuovo FVG)

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