lunedì 7 gennaio 2008

Ritorno a Cold Mountain

Anthony Minghella


Parlando di “Ritorno a Cold Mountain” dobbiamo citare due film-parametro: uno è ovvio, l’epico “Via col vento” del 1939, punto di riferimento conscio, che fornisce il grande affresco sudista della Guerra di Secessione; l’altro è il recente “Fratello dove sei?” dei fratelli Coen, versione sudista e basso-mimetica dell’“Odissea”.
Perché queste sono le due linee del kolossal di Anthony Minghella. E’ puro “Via col vento” la storia di Nicole Kidman che si arrabatta per tirare avanti nella fattoria mentre crolla il Sud; ed è pura “Odissea” sudista la storia del fidanzato di lei, Jude Law, soldato disertore in viaggio verso Cold Mountain per ritrovare l’amata. Vediamo qui l’aspetto più rilevante di “Ritorno a Cold Mountain”: il suo tradizionalismo narrativo. Concedendosi solo pochi tocchi moderni (un certo realismo, alcune riprese moderniste che sembrano una violazione) il film riporta in auge come struttura narrativa e filmica il romanzone-sullo-sfondo-della-Storia d’una volta. Scorre lento e verboso, ma anche questo profluvio oratorio si accorda al suo carattere tradizionale.
“Cold Mountain” si allontana da “Via col vento” nel presentare la guerra come il male assoluto, con un’impostazione pacifista e femminista (il film suggerisce che se comandassero le donne il mondo andrebbe meglio). Si stende sul film un’aria di tragedia; cupa elegia della sconfitta, è avvolto da un male pervasivo (nordisti saccheggiatori, sudisti imboscati che spadroneggiano nel villaggio). Anche una falla logica come la sottovalutazione del pericolo alla fine serve a tale scopo.
Delle due storie parallele, il versante Kidman è il migliore (anche come interpretazione). L’educazione materiale di questa “Southern belle” che sa parlare francese e suonare il piano ma non aveva mai fatto un lavoro manuale riproduce esattamente quella di Rossella O’Hara; peccato che il mediocre Minghella non sappia concretizzare sul piano soggettivo del personaggio, nel periodo di incapacità e abbandono dopo la morte del padre, certe interessanti implicazioni. A salvarla arriva la contadina di ferro Renée Zellweger, che sa appena leggere ma parla schietto, è la praticità incarnata e sa decapitare un gallo a mano: un’interpretazione tutta “overacting” e mossette, ma che ispira simpatia perché è perfettamente intonata al tipo di film. In tempi di fame, cultura e raffinatezza passano in subordine: solo dopo le lunghe ore di lavoro Nicole Kidman può leggere “Cime tempestose” a Renée Zellweger, che ci si appassiona (nel cinema americano, a differenza che nella vita, questo genere di scambi è sempre reciproco).
Il versante Law, serie di incontri bizzarri o drammatici, è pesantemente diseguale tra episodio ed episodio; un po’ per la stessa struttura a tappe, assai per lo scarso peso intrinseco: la voglia di accumulo, di infilare tutto in due ore e mezza, rende il film frettoloso e lo porta a bozzetti fugaci, spesso inconsistenti. Una scena assai superiore al resto del racconto è la visita dei disertori in casa dell’imbroglione che li tradirà. La fattoria fumosa piena di donne, l’atmosfera erotica e soffocante, l’elemento sessuale esplicito (la contadina in foia e la cicciona nuda): è una sequenza così ben costruita, così inquietante e fisica, che potrebbe appartenere a un western di Clint Eastwood.
“Cold Mountain” alterna dunque scene fiacche e indovinate, simbolismi orribili (la colomba bianca nella cappella) e dettagli “telling”. Altalenante, inferiore ai suoi possibili modelli, nondimeno a modo suo funziona. Guardiamoci nel cuore: il film sa destare l’adesione dello spettatore ai suoi personaggi. Siamo contenti quando la fattoria di Nicole Kidman rinasce come lo siamo quando in “Via col vento” Rossella O’Hara riesce a strappare qualche patata alla terra di Tara.
E tuttavia, considerato l’investimento e le ambizioni, e immaginando “Cold Mountain” in mano a un regista migliore del modesto Minghella, possiamo ritenerlo un’occasione perduta.

(Il Nuovo FVG)

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