Matteo Garrone
Vito, orafo psicopatico (l’interpreta lo sceneggiatore Vitaliano Trevisan), sotto la cui caliginosa mitezza da introverso s’intravede la violenza celata, plagia la fidanzata Sonia (Michela Cescon) convincendola a perdere peso col digiuno per arrivare a 40 chili, un’autentica tortura masochisticamente accettata.
Il talento di Matteo Garrone, il più importante dei nostri giovani registi, era già chiaro ne “L’imbalsamatore” (mi scuso di non conoscere la sua opera precedente, di circolazione limitata) e lo conferma lo splendido “Primo amore”. Un magnifico senso visivo si lega a un rigore narrativo inconsueto: il cinema di Garrone si distingue per una nettezza oggettiva lontana dalla tradizione italiana (che è lirica o melodrammatica o filosoficheggiante). Il dialogo è realistico, casuale, spezzato. Eleganti ellissi risolvono in assoluta chiarezza alcuni passaggi nodali. Anche la fotografia, di Marco Onorato, è fredda, netta, tagliata: si vorrebbe dire chirurgica; i colori sono spenti. La mdp scorre su Sonia nuda, modella all’accademia: l’oggettività del corpo, il paesaggio della pelle, i nei. Più tardi, “offende” l’occhio l’evidenza della spina dorsale sporgente nella schiena scheletrita. Garrone ci dà la verità autoptica del corpo.
In tutto il suo cinema Garrone mette in scena personaggi chiusi in se stessi, mondi non comunicanti (anche la passività di Sonia è un’assenza di comunicazione). C’è una scena geniale: quando i due sono in barca sul lago, e Vito sproloquia sui 40 chili, Garrone tiene i loro visi apertamente sfocati. Una semplice scelta di fotografia ci trasmette l’autentico orrore. Nel film serpeggia, e contestualmente si nega, lo humour oggettivo dell’horror: forse tutti i thriller sarebbero farse se non fossero tragici?
Vito delira sul rapporto fra corpo e testa. Fabbrica dei gioielli che l’anziano aiutante definisce “non commerciabili” perché contengono troppo poco oro: anche qui l’ossessione dell’eliminazione del peso. Nel suo laboratorio in fallimento brucia le scorie per recuperarne la polvere d’oro: “bisogna prima togliere tutto...”. Senza saperlo, Vito è il demente erede della grande tradizione alchemica. La purificazione dei metalli come simbolo e corrispondenza della purificazione dei corpi: la Grande Opera: un’ossessiva rifusione sempre più avanzata. Vito recupera l’oro in laboratorio? E’ anche un principio dell’alchimia l’eliminazione delle scorie estraendone per fusione ciò che vale; ma da una regola di purificazione ermetica si è passati nel mondo moderno a una logica di recupero.
Non a caso il film prima ci mostra la polvere d’oro che si appiccica alle dita, e sentiamo la storia della lavorante ladra che si passava sempre le dita sui capelli e la sera li lavava per recuperare l’oro; più oltre, vediamo Sonia “rubare” sul vassoio col dito inumidito la polvere di zucchero al velo. Intrigante analogia!
La torre in cui abitano i due contiene esplicitamente un richiamo ironico a Giulietta e Romeo, ma nel prosieguo potrebbe ben ricordarci il conte Ugolino. Dopo la seconda scena di posa di Sonia, già visibilmente dimagrita, i disegni degli allievi che la raffigurano sono diventati mortuari. Garrone ha sempre una vera attenzione a questi particolari significanti, ed è ciò che dà ai suoi film, semplici come catena di avvenimenti, quel loro aspetto così complesso e intessuto.
Il nano malefico de “L’imbalsamatore” come l’orafo folle di “Primo amore” esercitano un oscuro dominio sui loro amici/amanti/vittime. Un tema centrale del cinema di Garrone è dunque il “fascino”: non nel senso volgare di attrazione ma in quello profondo e quasi magico di un potere, una fascinazione oscura, e oscuramente irresistibile: nel Sud i suoi personaggi si definirebbero “affatturati”. Così Sonia, fino alla rivolta finale, si rende vittima disponibile (in una cupa scena interviene gridando “Lo lasci stare!” per difendere il suo carnefice). Garrone lancia uno sguardo nella profondità autopunitiva dell’amore.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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