lunedì 7 gennaio 2008

Il Mercante di Venezia

Michael Radford

Tutti lodano, non a torto, l’interpretazione di Al Pacino nel ruolo di Shylock, nel passabile “Il Mercante di Venezia di William Shakespeare” diretto da Michael Radford. Tuttavia in questa sede vorrei elogiare in primo luogo Lynn Collins, ottima nel ruolo di Porzia, eccellente anche nel travestimento maschile con baffetti e parrucca (bene - già che parliamo degl’interpreti - anche Jeremy Irons, Antonio; invece Joseph Fiennes, Bassanio, è legnoso). In effetti forse il maggior merito del “Mercante” di Radford è di restituirci appieno la rilevanza - spesso sottovalutata - che ha Porzia nel testo.
In questa tragi-commedia shakespeariana il tema dell’antisemitismo - che è ovviamente il più importante nel sentire moderno - ha finito per mettere in ombra un’altra caratteristica, centrale per Shakespeare: nel “Mercante di Venezia” ognuno prende in trappola l’altro giocando al gioco delle sue stesse parole (in questo senso la battuta chiave del dramma è “Io metterò in pratica la malvagità che insegnate”: Shylock ad Antonio). Ecco che Porzia travestita da avvocato batte il formalismo giuridico di Shylock sul suo stesso terreno, con un formalismo ancor maggiore, e più folle. Lo stesso vale per lo sviluppo della beffa degli anelli - sviluppo ove l’elemento tragico connesso alla peripezia principale si rovescia in classica commedia elegante shakespeariana, non dissimile da “Molto rumore per nulla”.
Non per niente nel film le scene al palazzo di Porzia è come se fossero memori di certe allegre e colorate fantasie di Kenneth Branagh. Però Radford è meno immaginoso, meno astratto e anche meno dotato di Branagh. La sua Venezia - dove ha luogo la vicenda principale, la pretesa della libbra di carne - è sontuosamente realistica, popolata di prostitute a seno nudo, tutta costumi rinascimentali in ambienti autentici; la messa in scena è volonterosamente pittorica (non fai altro che incontrare Clouet, Cranach, Rembrandt, Carpaccio, Veronese, e chi più ne ha più ne metta).
Il regista, che definisce il contesto con un prologo sull’antisemitismo a Venezia, trova un paio di soluzioni originali, come il famoso monologo di Shylock pronunciato in presenza delle prostitute imbarazzate. Tuttavia Radford resta regista senza grande fantasia, buon direttore di attori. Lo scarso “Il postino” era salvato solo dalla presenza di Massimo Troisi. Qui Radford ha a disposizione addirittura Al Pacino, deciso a confrontarsi con la sfida di un personaggio già incarnato per lo schermo - tralasciamo pure il palcoscenico - da altri grandi quali Ermete Novelli (in quella versione del 1910 Porzia era Francesca Bertini), Werner Krauss, Michel Simon, Orson Welles (frammenti di un film non realizzato degli anni ’70); e non dimentichiamo Laurence Olivier, autore di un film tv (visto anche in Italia) girato anch’esso a Venezia e ambientato nel primo Novecento. Una versione compassionevole e dolorosa, conclusa dal Kaddish, la preghiera ebraica dei morti; bellissima, e superiore a questa, nonostante la (voluta) assurdità della collocazione temporale.
Detto per inciso, come in Radford così nel “Mercante” di Olivier c’era il dettaglio finale dello sconcerto, e forse pentimento, di Jessica, che ha abbandonato il padre e ottiene un’imprevista ricchezza dalla sua rovina. Ma in forma più sobriamente convincente che nel presente film, dove Radford - la scena della pesca con l’arco - è troppo visibilmente preoccupato di costruire innanzitutto una bella immagine.
Senza dubbio Al Pacino offre una vigorosa interpretazione, gelida nei suoi occhi che s’induriscono, commovente nella confusione delirante tra la figlia e il denaro perduti entrambi. Ma coglie Radford la dimensione allucinata del personaggio? Non si direbbe. Comunque è un’interpretazione coerente, giocata interamente sulla corda della rabbia fredda. Per Radford e Pacino Shylock, prima che ebreo, pazzo o vendicatore, è un uomo solo; e questo concetto suggella la conclusione del film.

(Il Nuovo FVG)

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