Martin Scorsese
E’ importante osservare come si apre “The Aviator” di Martin Scorsese, biografia mitizzata di Howard Hughes (una grande interpretazione di Leonardo Di Caprio). Come si apre, intendo, dopo il prologo con Howard Hughes ragazzino lavato dalla madre che instilla in lui il seme della nevrosi, il terrore delle malattie (“Non sei al sicuro mai”). Il racconto che segue si apre su un ciak: Hughes, giovane milionario, gira il suo ciclopico film di aviatori della I guerra mondiale “Hell’s Angels”. Ora, un ciak ci dice immediatamente: metacinema. Però, metacinema in che senso? Non è l’usuale, ormai un po’ scontata, dichiarazione che “il film è un film”; questa è la confessione di un rispecchiamento.
Martin Scorsese che dirige “The Aviator”, “biopic” kolossal da 110 milioni di dollari, e recente autore della super-epica “Gangs of New York”, si rispecchia in Howard Hughes, pazzo milionario cinefilo, simbolo di un’era in cui era possibile bruciare milioni su un sogno di celluloide dal costo folle come “Hell’s Angels” - un’era che oggi è solo un ricordo (oggi il cinema può essere costosissimo ma - anche quand’è questo film - è l’esatto contrario del titanismo di Hughes: è bilancio, previsione, marketing, calcolo degli investimenti).
Innamorato del suo personaggio, Scorsese costruisce il poderoso quadro storico/antropologico di un’epoca, come altrove nel suo cinema. E nel ritratto di Hughes porta in primo piano due dei propri temi base. Lo sforzo tormentoso di un uomo di seguire il proprio destino, entro un ordine sociale che lo soffoca (“Mean Streets”, “L’età dell’innocenza”, ma anche, su un piano diverso, “L’ultima tentazione di Cristo”); e la nevrosi, che attraversa il cinema di Scorsese sia come galleria di personaggi ossessivi (“Taxi Driver”, “Re per una notte”) sia come materializzazione nel plot (“Fuori orario”). Ed ecco Howard Hughes, fascio di neurosi e ossessioni, compresa (mascherata sotto il suo dongiovannismo) quella paura della donna che pure ritorna in vari film di Scorsese (ancora “Fuori orario”). E’ l’ombra della madre, che apre il film e ritorna, circolarmente, alla fine; questo cerchio chiuso soverchia e sconfigge l’interessante figura di Ava Gardner (Kate Beckinsale), amante/madre sostitutiva, fonte di sanità mentale anziché di nevrosi. Sono sempre temi scorsesiani, qui ben leggibili, la perdita dell’infanzia e la maledizione del potere (sono gli stessi di “Citizen Kane”; in questo senso giustamente c’è chi ha collegato “The Aviator” al capolavoro di Orson Welles). Le pulsioni autodistruttive dei vari personaggi scorsesiani (“Toro scatenato”, “Quei bravi ragazzi”, “Casinò”) si assommano in Hughes.
Vorrei però toccare un altro punto, richiamando due scene che hanno un rilievo capitale nel film. La prima è la disastrosa visita di Hughes alla famiglia di Katharine Hepburn (interpretata deliziosamente da Cate Blanchett, sebbene, tocca dirlo, la vera Hepburn fosse più bella). Si tratta di una satira feroce, assai caricata, dell’aristocrazia “wasp” del New England, dalla quale Hughes è immediatamente respinto. La seconda scena è lo scontro di Hughes con la commissione senatoriale guidata da un politicante corrotto. Questo populismo scorsesiano chiama tutti gli spettatori dalla parte di Hughes. E in effetti “The Aviator” si può considerare una versione deforme, delirante ed espressionista di “Tucker”. Solo che Scorsese non saprebbe condividere l’ottimismo morale del F.F. Coppola di “Tucker”; in quel film scorgiamo dietro a Coppola Frank Capra e dietro ancora la grande lezione di John Ford; Scorsese deriva semmai dagli “americani-europei” (Lang, Dassin, Rossen), tesi e notturni.
Espressionista, dico; perché trionfa nel film l’espressionismo di Scorsese, la sua libertà narrativa, la sua forza, capace di riprendere e rinnovare strumenti linguistici del cinema muto come dell’avanguardia. “The Aviator” costituisce una specie di enciclopedia del cinema di Scorsese, ricapitolandone temi e linguaggi con singolare felicità.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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