Zhang Yimou
La particolare sensibilità coloristica è sempre stata l’aspetto più immediatamente evidente del cinema di Zhang Yimou. Tuttavia nel regista cinese il principio coloristico, sempre fondamentale, varia imprevedibilmente da film a film. Lo vediamo anche nel meraviglioso “La Foresta dei Pugnali Volanti”, che è il secondo wuxiapian (film cinese di arti marziali in costume, basato sui duelli all’arma bianca) di Zhang, dopo “Hero”; ma appunto all’opposto di “Hero” si situa il cromatismo del film.
“Hero” infatti si basava sulla prevalenza assoluta di un colore-guida nelle diverse storie, fino a sfiorare l’astrazione narrativa. “La Foresta dei Pugnali Volanti” si costruisce sul principio dell’intarsio: nell’inizio al Padiglione delle Peonie, i brillanti tocchi di colore si conglobano insieme come in un mosaico. Vero è che nel prosieguo un colore può anche assolutizzarsi; vedi i costumi verdi della setta dei Pugnali Volanti; tuttavia siamo sempre lontani dal sistema cromatico “totalitario” e semiastratto di “Hero”.
Tutto il cinema wuxiapian porta in primo piano l’aspetto pittorico e compositivo, ma nel presente film (al pari, ma in modo diverso, che in “Hero”) l’incanto della messa in scena e della composizione raggiunge una singolarissima perentorietà. Anche l’irruzione del pericolo, del nemico, perviene attraverso la sua bellezza visuale a una dimensione magica: vedi il tono quasi onirico dell’apparizione dei soldati, le spade sguainate, nel campo fiorito; oppure, nella sequenza del combattimento nella foresta di bambù, le ombre verdi dei soldati che si lanciano da una pianta all’altra.
I combattimenti sono autentici balletti, basati su una disposizione e una posa coordinate, armoniose, apertamente coreografiche (esempio fra tanti, la “corsa da accerchiati” fusa col combattimento, nel campo di fiori); come dimostra l’inizio del film, fra danza e duello non v’è soluzione di continuità. E’ proprio del cinema wuxiapian innestare un’eleganza da balletto marziale sul realismo fisico degli scontri, e tale componente coreografica dà al wuxiapian un coefficiente di astrazione (ricordiamo che il genere idealmente procede da forme teatrali eminentemente astratte: l’Opera di Pechino, l’Opera cantonese). Dal che è favorito l’impiego di movimenti irreali, come i “voli” e le incredibili abilità - qui, il lancio dei pugnali - che sono un marchio distintivo del genere.
Oltranzistica saga delle armi, commossa storia d’amore, vero catalogo dei sentimenti estremi, “La Foresta dei Pugnali Volanti” si basa su un appassionante gioco di rovesciamenti narrativi. E’ fondato sull’ambiguità; nessun personaggio è ciò che dice di essere. Val la pena di osservare che il tema dell’“undercover”, dell’infiltrato, della falsa identità, ritorna ossessivamente nel cinema cinese; evidentemente perché si presta assai bene ad attivare uno dei concetti base di questo cinema: il contrasto tra “yi” (onore/dovere/fedeltà al gruppo) e sentimenti.
Su questa tematica Zhang Yimou (anche sceneggiatore con Li Feng e Wang Bin) costruisce un mélo tragico, giocato a tre fra la sublime Zhang Ziyi, Takeshi Kaneshiro e Andy Lau. Come già in “Hero”, la stessa natura partecipa alla drammatica grandezza delle passioni: nello scontro finale una bufera di neve imbianca improvvisamente il paesaggio. Inganno, amore e sacrificio si rincorrono in un movimento a spirale, fino al diapason di una conclusione di potenza delirante, che a noi occidentali potrebbe ricordare per il suo coerente estremismo il fanatico finale del capolavoro di Vidor “Duello al sole”. Zhang inscrive il suo racconto entro una concezione cupa dell’esistenza (“Io e te non siamo che due pedine sulla scacchiera”) che mai dimentica, però, la percezione della bellezza “impermanente” della vita. Dedicato alla memoria della grande attrice Anita Mui, questo film conferma che oggi - per la sua capacità di unire l’eccellenza di realizzazione alla potenza dei sentimenti - il cinema dell’estremo Oriente è il più bello del mondo.
(Il Nuovo FVG)
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