lunedì 7 gennaio 2008

La ragazza con l'orecchino di perla

Peter Webber

Piacevole, né bello né brutto, discreto (ecco un aggettivo che pare inventato per lui!), “La ragazza con l’orecchino di perla” di Peter Webber - la cui origine è il famoso quadro di Jan Vermeer - riporta sullo schermi le caratteristiche tipiche del “biopic”.
Biopic (biographic picture) è quel tipo di film sulla vita dei grandi uomini che una volta i cultori del “cinema come arte” detestavano sopra tutti, e che invece conviene accettare come genere, con le sue convenzioni e le sue regole. Un suo aspetto è la ricostruzione storica minuziosa; il biopic è l’esaltazione definitiva del film in costume; ma soprattutto la sua specificità quando si occupa di artisti e scrittori consiste nel ri/condurre l’elemento astratto della creazione artistica (che anche quando rampolla dall’autobiografia è sempre astratta, perché universale) alla vicenda privata.
E allora Shakespeare scrive “Romeo e Giulietta” non su una fonte poetica inglese a sua volta ispirata a fonti italiane, bensì in base a un’esperienza personale, completa di balcone (“Shakespeare in Love” di John Madden). Van Gogh si uccide in un campo che riproduce esattamente il “Campo di grano e corvi” dipinto lo stesso anno del suicidio (“Brama di vivere” di Vincente Minnelli). Si potrebbero moltiplicare gli esempi. Il biopic riporta forzosamente l’immagine artistica alla carne: alla realtà biografica, immaginaria e ricostruita. Dall’astratto al concreto: dall’impalpabile della creazione all’immediato dell’avvenimento (ovvio che sovente in questo processo si perde più di quanto si guadagna).
Forse Vermeer pare particolarmente adatto al biopic per quell’atmosfera di sospensione e d’immobilità quasi onirica dei suoi quadri (anche le sue scene più mosse, come ad esempio i gaudenti dalla mezzana, perfino “La lattaia”, dove il latte cola dalla brocca, sembrano bloccate in un “fermo immagine”): perché quella sensazione d’immobilità potrebbe contenere qualsiasi storia, o nessuna. Forse per questo il cinema gira affascinato attorno al pittore olandese (“Lo zoo di Venere” di Peter Greenaway, “Tutti i Vermeer a New York” di Jon Jost), attratto da quell’aria di distanza - quell’esperienza artistica misteriosa e intangibile - ch’è quasi una sfida.
“La ragazza con l’orecchino di perla”, dal romanzo di Tracy Chevalier, inventa tutta una storia che giace dietro al dipinto, la storia della serva che fa da modella al quadro, in una “mise en scène” sontuosa e accurata: vediamo dai titoli di coda che c’è perfino una “etiquette consultant” (Jane Gibson). Il film ha dei meriti. Per esempio, l’apparizione sullo schermo dell’oggetto narrativo, ossia il quadro eponimo, è magistrale: una progressiva apertura alla vista in cinque movimenti, culminante com’è giusto nell’ultima immagine. Il tratto principale del film è, come prevedibile, il suo pittoricismo. La fotografia di Eduardo Serra è un tour de force - premiato con la candidatura all’Oscar - nel riprodurre nelle inquadrature tutta la pittura non solo di Vermeer ma olandese in genere. Perfino l’attenzione al materiale ch’è un indubbio merito del film (la cucina, la preparazione dei colori) viene attratta in questa spirale pittorica: è materialità o è natura morta? E l’evocazione della “camera obscura”, con cui lavorava Vermeer, è un diretto riferimento al cinema inteso come conferma e giustificazione del pittoricismo del film.
Sul versante negativo va osservato che la definizione dei personaggi è elementare: il genio cupo, la bambina odiosa, la moglie stronza (che trova una sua verità nella scena drammatica finale - ma allora perché caricaturarla prima?), la vecchia autoritaria e saggia (un’ottima interpretazione di Judy Parfitt), il mecenate maligno e sensuale... Però quell’attrice già “cult” che è Scarlett Johansson, oltre alla bella interpretazione largamente giocata sul muto e sulla mimica, possiede una presenza che ha effettivamente qualcosa di arcaico, sicché non appare falsa e “scaraventata nel Seicento” (è questo il problema dei biopic!) come modella di Vermeer.

(Il Nuovo FVG)

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