James Cameron
Il relitto del Titanic dorme sott'acqua, in attesa che ritornino gli uomini a toccarlo di nuovo... Nell'apertura del bellissimo “Titanic” di James Cameron la macchina da presa sta nel fondo dell'oceano, aspetta “da sotto” l'apparizione dei sommergibili destinati nel racconto a esplorare e filmare il relitto. Non è una soggettiva, non c'è nessuno lì: è l'occhio del cinema che esibisce se stesso. Le riprese del Titanic sul fondo sono autentiche, arduamente realizzate dallo stesso regista; e quest'incrocio di fiction e realtà documentaria attraversa il film. E' la sua vera base, in quanto incarna il potere della visione cinematografica: potere che è il protagonista di “Titanic” (e di tutto il cinema di Cameron) al pari del Titanic steso nel suo tragico viaggio e al pari di Rose/Kate Winslet e Jack/Leonardo Di Caprio nel fulminante mélo giovanilistico della loro epopea.
Perché Cameron è innamorato della gioventù dei suoi protagonisti. Traduce l'opposizione fondamentale del film, miseria/ricchezza, in termini di pura giovinezza ribelle (laddove il nemico Cal non è né giovane né vecchio, è un cupo avatar del polo negativo), di uno slancio vitale esplosivo che in un certo senso si invera – e si brucia – nel naufragio stesso. Infatti nel film la frenesia “à bout de souffle” per sfuggire alla caccia dei potenti si trasforma senza iato nella frenesia per sopravvivere al disastro, in un turbine di ingegno, disperazione e instancabilità; l'incrocio - classico dei tanti “Titanic movies” - fra il destino individuale e quello della nave non è mai stato reso con tanta forza.
Allo stesso modo che il film con la sua sontuosa ricostruzione prende le mosse dal presente dell'archeologia subacquea, la testimonianza in prima persona del disastro viene dalla memoria di Rose da vecchia/Gloria Stuart in flashback (flashback ambiguo come statuto narrativo, che slitta dal punto di vista interno a quello onnisciente). Il film si costruisce sull'intersezione di due serie di immagini, un doppio Titanic: quello “morto”/”reale” delle riprese del relitto (inserite a loro volta in una finzione narrativa) e quello “vivo”/ricostruito del racconto si inseguono in un gioco di rispecchiamenti, incroci e ritorni. Il regista concretizza questo richiamarsi in begli attacchi “per fusione” (un'evoluzione tecnica della dissolvenza incrociata) come quelli usati da Francis Ford Coppola nel suo “Dracula di Bram Stoker”. La prua “viva” del Titanic del racconto si trasforma nella prua “morta” del relitto, gli occhi giovani di Kate Winslet in quelli vecchi di Gloria Stuart (un'attrice che, ritiratasi dal cinema da mezzo secolo, rappresenta lei stessa un ponte fra passato e presente).
“Titanic” culmina nella descrizione cinematografica definitiva (nota: al cinema non c'è mai niente di definitivo) del naufragio; in particolare la sequenza della spaccatura dello scafo e dell'affondamento del troncone è quasi fisicamente insostenibile. Negli altri film sul Titanic noi assistiamo all'affondamento, qui vi partecipiamo. E' abilità registica (però anche gli altri film avevano dietro nomi importanti, Selpin, Negulesco, Baker) ma soprattutto la selvaggia energia cameroniana: che non è la mera esibizione del binomio tecnica/dollari bensì la concretizzazione attraverso la tecnica e i dollari di una potenza di concezione.
La lunga sequenza dell'affondamento del transatlantico alla fine replica puntualmente la ricostruzione al computer della dinamica dell'affondamento che viene mostrata a Gloria Stuart prima del flashback. Qui il flusso del film inverte il flusso cronologico; la ricostruzione al computer diventa anticipazione della visione, allo stesso modo che la progettazione filmica precede la realizzazione su pellicola: questo annuncio allo spettatore proclama la capacità del cinema di mettere in scena il disastro. Nel cinema di James Cameron c'è sempre un doppio sguardo, una coscienza metacinematografica, che lo distingue da bravi artigiani come Renny Harlin o Jan De Bont: in Cameron la capacità di realizzazione tecnica non è solo precondizione della narrazione cinematografica ma anche oggetto di essa.
(Il Friuli)
lunedì 7 gennaio 2008
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