Michael Schnorr
Ha per numi tutelari Aki Kaurismäki e Jim Jarmusch il tedesco “Schultze vuole suonare il blues”, film d’esordio di Michael Schnorr. Il primo spicca nell’impassibilità “deadpan” di questi tre lavoratori in prepensionamento (la pagina della consegna del regalo da parte dei colleghi è al 100% kaurismäkiana). Il secondo è l’illustratore di un’America povera e quotidiana di fulminante immediatezza: non distante dall’America in cui gira Schultze, che ha avuto il coraggio di opporre un Altrove geografico/spirituale all’acida dolcezza dell’ozio in pensione nella Germania rurale.
Mitico Schultze (Horst Krause), sessantaduenne massiccio, anzi teutonicamente panzone, appassionato di nanetti di gesso da giardino e fisarmonicista per hobby, che ascoltando la radio scopre la musica cajun (non proprio il blues; il titolo originale “Schultze Gets the Blues” contiene un gioco di parole sulla malinconia) e, fallito il tentativo di farla piacere ai compaesani, parte per la Louisiana!
Il film ha una forma narrativa aperta, un racconto divagante, amante di squarci imprevedibili e amabilmente grotteschi: una disponibilità, contestualmente ricca di stravagante humour. Nelle pieghe del racconto, si vede una sorta di tendenza allo slapstick da commedia classica americana (la radio che “dialoga” con Schultze che l’ascolta a casa, la foto del defunto padre musicista che casca dal chiodo quale risposta ai gusti musicali del figlio). Alla commedia agrodolce degli uomini il film contrappone grandi sguardi sul vuoto: il paesaggio si trasforma in disegno. Sono inquadrature quasi astratte: non nel senso della irriconoscibilità del fotografato ma nel senso cinematografico di una totale assenza umana.
Col suo sguardo oggettivo (apprendo da una bella recensione di Roberto Nepoti che Schnorr lo ha girato con un’équipe specializzata in documentari) il film mescola gli interpreti a persone reali. Ciò, del resto, si vede bene dagli sguardi in macchina che sfuggono a questi ultimi, con tale insistenza da caratterizzarsi come un difetto del film. Vero che questi sguardi in macchina valgono come testimonianza della naturalezza del profilmico; però effettivamente disturbano.
Manca il commento musicale: tutta la musica che sentiamo è prodotta all’interno del racconto. Ne risulta un effetto di isolamento e risonanza dei suoni e delle voci. Ma la scelta di discorso registico più evidente è l’uso del quadro fisso, che immobilizza le varie scene. Le inquadrature fisse producono insieme un raffreddamento del racconto e un’amplificazione della dimensione temporale. Mentre al cinema il movimento della macchina da presa velocizza il tempo, il quadro fisso lo stabilizza e lo rallenta. Vedi l’ultima inquadratura (un’evidente citazione felliniana), col gruppetto di gente in campo lungo che attraversa il paesaggio dominato e deturpato dall’orrido gigantesco “mulino eolico”. L’immobilità del quadro sottolinea e rinforza il movimento: il quadro “si fa” attraversare. Lo vediamo anche in altri momenti del film, come quando il piccolo battello di Schultze taglia la strada a una nave.
C’è un elemento fiabesco e sognante in questo film (che ci fanno al funerale in Germania l’ospitale e certo non ricca casalinga negra della Louisiana e sua figlia?): potremmo considerare “Schultze” (non a livello diegetico, non è una chiave di lettura!) come la storia di un sogno.
Ma poiché siamo in Germania, terra dell’ordine, se c’è un sogno, Traum, deve esserci anche una Traumdeutung, interpretazione. E il senso del sogno, di questo vagare incontrando brava gente, è la compensazione dell’insoddisfazione presente in un Altrove apparentemente perturbante ma in ultima analisi caldo e amichevole. Un senso di conforto che il film rafforza disseminando ambigui messaggi, ultima la preghiera del pastore al funerale: “Aiutaci a gioire della vita”. Ciò che dà a “Schultze” - diversamente dall’ironia esistenziale radicale di Kaurismäki - un che di ottimistico, e bizzarramente gentile.
(Il Nuovo FVG)
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