Tinto Brass
“Trasgredire” - o “Tra(sgre)dire” per rendere il gioco grafico del titolo - di Tinto Brass si apre con uno sguardo/catalogo. Nella passeggiata di Yuliya Mayarchuk nel parco londinese, sotto lo sguardo della ragazza passa (non a caso replicata più tardi pressoché identica con Matteo/Jarno Bernardi)
una lunga carrellata di scene erotiche. Non è solo l’utopia brassiana del sesso libero e diffuso; lo spettatore brassiano le riconoscerà come largamente autocitazionistiche. E’ lo sguardo del personaggio su una scena - che instaura subito il (non)senso di luogo impossibile del film, storia di un’improbabile veneziana in un’improbabile Londra, il tutto deprivato di qualsiasi realtà - ma insieme lo sguardo del cinema di Tinto Brass su se stesso.
Tutto il cinema del raffinato, e raffinatamente spudorato, regista italiano si muove su questa direzione, di giocare simultaneamente sul vero e il falso, il carnale e il riprodotto, il corpo e il cinema. Avete osservato quanti specchi compaiono nei film di Brass? Lo specchio, circolare od ovale (linee sensuali! Brass è debitore a Ingres), è uno degli oggetti-simbolo del cinema brassiano; e rinvia appunto, con ovvia immediatezza, alla riproduzione.
Anche ovviamente nel suo carattere di illusionistica moltiplicazione dello sguardo e dei corpi. Per questo l’orgia è il luogo centrale del cinema di Brass: la sua golosità visuale lo porta all’utopia della messa in atto simultanea di tutte le possibilità: è la macchina erotica sadiana (Brass è uno dei pochi che saprebbero veramente filmare Sade).
Stesso discorso per un altro oggetto-simbolo di Brass, il fallo maschile che sembra vero ma è finto, di gomma, che ritorna con insolente regolarità nei suoi film, compreso “Trasgredire”, come un marchio di fabbrica. Non è tuttavia, quello di Brass, iperrealismo - ovvero, la realtà congelata ed esibita nella sua pietrificazione. Vi tende nelle scenografie di alcuni film, più che mai questo, coi suoi freddi interni geometrici, quasi alla Greenaway. Ma Brass vi oppone l’evidenza del suo universo callipigio, la fisicità del corpo e della carne. Il suo cinema si situa tutto in questa dialettica, sul crinale di questo gioco.
L’elemento in Tinto Brass che maggiormente rappresenta l’astrazione è il parlato. Vedi, in “Trasgredire”, l’improbabile veneziano doppiato di Carla/Yuliya Mayarchuk, l’assurdo finto inglese accentato di Moira, il comico verismo dell’accento dialettale di Matteo, l’italiano impostato di tipo teatrale (insopportabile!) dell’amico di Matteo. E’ un effetto “epico”, di straniamento, che avvicina Brass - di tutti i nomi possibili - a Pier Paolo Pasolini (penso al suo “parlato ingenuo”, in particolare nella “Trilogia della vita”, ma evidentemente non solo). Ci si chiede se non rientrino in quest’intento straniante le musiche orrende di Pino Donaggio; l’effetto comunque è quello... Ed è proprio grazie al suo gioco di astratto e concreto che Brass non deve preoccuparsi eccessivamente della qualità recitativa delle sue belle, che devono dare al suo cinema solo la loro freschezza fisica.
Va detto che “Trasgredire” è il più debole fra i film recenti di Brass perché la sua ambientazione più che mai evanescente lo sbilancia in direzione del manierismo; allontanandolo dagli umori vivi, dalla carnalità italiana, per esempio, del bel “Monella”. Anche il suo discorso sul tra(sgre)dire, sulla gelosia come pimento erotico, sul gusto di guardare, è stato espresso più densamente in altre occasioni. Semmai ci serve a ricordare quanto il veneziano Brass sia debitore di Carlo Goldoni, non tanto pel gioco teatrale quanto, come dire, per l’antropologia. Le sue giovani donne forti che determinano il destino di giovani maschi stupidi; che si muovono nello scambio sessuale come dei von Clausewitz, non per teorizzazione ma per istinto di genere, vorrei dire geneticamente innato - non sono queste le perfette fanciulle goldoniane? “Miranda” non è stato un caso.
(Il Nuovo FVG)
sabato 5 gennaio 2008
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