lunedì 7 gennaio 2008

Torremolinos 73

Pablo Berger

Alla conoscenza del cinema spagnolo d’oggi, colpevolmente poco distribuito da noi, è un’aggiunta rilevante l’uscita in ritardo (è del 2003) di “Torremolinos 73”, scritto e diretto da Pablo Berger: il suo premiato primo lungometraggio dopo il “corto” fantascientifico e satirico “Mama”. I due interpreti - sublimi - di “Torremolinos 73”, Javier Cámara e Candela Peña, hanno incrociato il cammino di Almodovar (il primo in “Parla con lei” e “La mala educacion”, la seconda in “Tutto su mia madre”); però, cosa piuttosto rinfrescante, il film di Berger non è una commedia almodovariana. Semmai, volendo trovarvi padri nobili, dovremmo pensare a Luis Berlanga.
Spagna tardo-franchista degli anni ’70: il mite Alfredo vende porta a porta le enciclopedie Montoya e stenta a sbarcare il lunario. L’ambiguo Montoya gli propone di imparare a usare la cinepresa e girare con la moglie Carmen dei “film educativi” (da vendersi all’estero) sui costumi sessuali spagnoli - per l’Istituto di Sessuologia di Copenhagen, dice. E arrivano i soldi. C’è un momento di imbarazzo quando la coppia scopre qual è il vero mercato di quei filmini; ma le pesetas fanno comodo, e i due borghesissimi coniugi non si pongono particolari problemi - basta che non lo sappiano i vicini. Solo che Alfredo attraverso il corso di formazione si è appassionato alla regia cinematografica, ha scoperto Bergman, si genuflette davanti a “Il settimo sigillo”, e sogna di dirigere la moglie in un film bergmaniano...
Lontano dallo stile “esagerato” di Almodovar, come linguaggio cinematografico “Torremolinos 73” è volutamente povero. Non per incapacità del regista (che viene dalla pubblicità e dal videoclip): la semplicità linguistica del film pareggia e raddoppia la povertà di linguaggio dei filmini porno realizzati in casa da Alfredo, tant’è vero che questi entrano nel film senza apparente soluzione di continuità, salvo la diversità di formato; potremmo dire che Alfredo inventa senza saperlo il sottogenere porno delle “casalinghe” (se è per questo, il suo collega pazzo, in piena Spagna di Franco, inventa l’animal!).
E’ il passaggio dalla miserabilità (Alfredo che fa le scale per farsi sbattere le porte in faccia, la padrona di casa che lo perseguita per l’affitto, la moglie che gli fa notare educatamente la puzza di piedi) al benessere - però restano, Alfredo e Carmen, in un orizzonte perfettamente piccolo-borghese in cui il sogno massimo di ricchezza è una pelliccia, quattro mobili nuovi nell’appartamento, un’utilitaria (si comprano la Seicento). “Torremolinos 73” traccia l’autobiografia satirica di una Spagna anni ’70 che non è ancora la società affluente ma comincia a intravederla di lontano; la stessa Torremolinos, luogo di villeggiatura sul mare, pare un monumento elevato a questo sentire. Dove anche la sessualità dispiegata della modernità è qualcosa di distante ma visibile, guardato di lontano con malcelata invidia (l’impagabile racconto di una signora su “Ultimo tango a Parigi” visto in Francia).
Il sogno di Carmen è di avere un figlio. Quello di Alfredo è di seguire le orme di Bergman - il guaio è la sua comica incapacità. Qui la trovata geniale, esilarante, di Berger è di calare la parodia di Bergman nel quadro narrativo. Del disastrosissimo film d’essai che Alfredo finalmente gira (e Montoya e Carmen per differenti motivi cospirano affinché sia un porno) “Torremolinos 73” ci mostra vari brani - ed è sublime. E’ Bergman rifatto da Ed Wood! Con un attore vestito con la cappa della Morte del “Settimo sigillo” che tampina Carmen in una demente riproposizione degradata di immagini bergmaniane nel contesto di quella Lignano gigantesca che è Torremolinos - in pedalò, sulle giostre, sull’otto volante - non senza una versione delirante dell’incubo de “Il posto delle fragole”.
Invero “Torremolinos 73”, arguto, vivace, intelligente, avrebbe di che raccomandarsi anche senza la sua caricatura bergmaniana. Ma è questa a renderlo memorabile in assoluto.

(Il Nuovo FVG)

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