Oxide e Danny Pang
Dei fratelli Oxide e Danny Pang, thailandesi formatisi a Hong Kong, il film più famoso da noi è senza dubbio “The Eye”, poi seguito da “The Eye 2”; esce ora in Italia il terzo, “The Eye - Infinity”. Che è il titolo originale, ma il film ne possiede anche un altro: “The Eye 10”.
Ehi! Stop! Come sarebbe a dire, “10”? Beh, è perché il film illustra i 10 modi di “vedere i fantasmi” elencati ne “I dieci incontri”, un altro dei classici libri maledetti del cinema e della letteratura horror. Lo leggono alcuni giovani di Hong Kong ospiti di un amico thailandese; dopo essersi raccontati un paio di storie di fantasmi (visualizzate dai Pang in brevissimi brani reminiscenti, si direbbe, dei film e della serie tv giapponese “Tales of Horror”), per divertimento si buttano a tentare il primo di questi modi, in pratica la nostra tavola Ouija - e di qui il film procede a mettere in scena la loro sovrannaturale rovina.
Ho detto il primo modo, ma in realtà è il terzo, perché i primi due - solennemente esposti dall’amico thailandese che ha comprato “I dieci incontri” da un inquietante libraio - non sono che il riassunto di “The Eye” e “The Eye 2”. Commentano i ragazzi impressionati che gli pare di aver già sentito quei due casi! “The Eye - Infinity” è un esercizio di ironica autocitazione da parte dei fratelli Pang - che raggiunge il massimo del divertimento in una gag che chiama in causa l’inquietante bambino fantasma del primo “The Eye”.
Il film incrocia con abilità gli elementi, non necessariamente contrastanti, dell’horror e dell’ironia. Scene come l’esorcismo iniziale (buddhista e autoctono, eppure non immemore de “L’esorcista”), il rito della cena degli spettri, l’episodio del posseduto danzerino, o la bella sequenza quasi astratta del sottopassaggio, si situano su questo crinale, quale leggermente più spostata sul registro dell’orrore, quale più sul comico, quale in equilibrio perfetto. Ben fotografato, girato nel modo “stylish”, veloce ed elegante, proprio dei fratelli Pang, “The Eye - Infinity” è praticamente un film ad episodi, illustrazione dei 10 modi in questione con tanto di titolo (allo spettatore occidentale il suo mix di brevità, orrore e comicità, nonché il concetto del libro-trappola, potranno far venire in mente i film Amicus dell’epoca classica dell’horror inglese). L’andamento è episodico ma raffinatamente intessuto; anche la sequenza pre-titoli dell’esorcismo trova sistemazione narrativa nel corso del film.
Questo film non è meno inquietante perché gioca sul sorriso. Per noi occidentali un fantasma è una violazione dell’ordine naturale, manifestazione di un malessere che dev’essere curato. “Il tempo è fuori di sesto”, dice Amleto dopo l’apparizione dello spettro del padre. Nel mondo orientale, la dimensione degli spettri coincide con la nostra. I fantasmi sono sfuggenti, scivolano velocissimi intorno a noi. La loro esistenza umbratile è parallela alla nostra; nel nostro mondo si aprono impercettibili fenditure che portano al loro. Come nella scena del gioco a nascondino, possiamo “incrociare” il mondo dei fantasmi, che ci avvolge e ci copre: ma allora, quale mondo è materiale e quale no?
E’ una sorta di autentica coabitazione, di cui noi non ci accorgiamo solo perché non li vediamo (ed è possibile che uno prenda per persona reale uno spettro perché ignora che i suoi compagni non lo vedono; come, del resto, è possibile che un fantasma ignori di esser tale). Non per nulla la facoltà di “vedere” lo spettro ha un ruolo centrale nel fantastico orientale. La serie “The Eye” la porta nel titolo, ma potremmo ricordare i due “Visible Secret” (di Ann Hui e Abe Kwong) come mille altri horror e commedie (come “My Left Eye Sees Ghosts” di Johnnie To).
“The Eye - Infinity” ci offre una vera sistemazione di questa casistica del vedere. Ma attenzione! In occidente come in oriente, da vedere a perdersi, a scivolare in quella dimensione parallela, non c’è che un passo. All’est come all’ovest, “facile descensus Averno”.
(Il Nuovo FVG)
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