Ramón Salazar
Prima di parlare dell’anomalo musical dello spagnolo Ramón Salazar ci vuole una spiegazione: il film appare come “20 centimetri” sui manifesti ma è “20 centímetros” come titolo sulla pellicola (dai “credits” lasciati in spagnolo), che nel cinema fa testo come titolo ufficiale. Vale a dire, ci troviamo di fronte alle solite cialtronesche sciatterie dei distributori italiani. Che ci voleva a mettere il titolo italiano sulla copia, magari sovrimpresso come didascalia? La spiegazione più probabile è che sul primo momento non fossero capaci di tradurlo; poi per i manifesti si sono comprati il vocabolario spagnolo.
20 centimetri o 20 centímetros che siano, sono quelli che danno fastidio a Marieta, un travestito che il Padreterno (e infatti lui/lei va a protestare in chiesa) ha dotato di un membro virile degno di John C. Holmes, solo che Marieta non lo vuole affatto. Si sente donna, il suo sogno è quello di operarsi e liberarsi di quei 20 centimetri di troppo. I quali invece al suo fidanzato Raul (Pablo Puyol) piacciono molto; così i due si lasciano.
Grazie all’interpretazione di quella meravigliosa attrice che è Mónica Cervera (“Crimen perfecto”), Marieta è un personaggio di una simpatia e di un’umanità travolgenti. Fra l’altro, pur non potendo certo esser definita bella, nel ruolo Mónica Cervera è addirittura erotica. Salazar la circonda di notevoli volti grotteschi, come Rossy De Palma o Najwa Nimri. Purtroppo questo bel cast illumina un film che, sebbene non privo di interesse, non si può giudicare sostanzialmente riuscito.
Ramón Salazar ha voluto costruire una “drammedia” che metta in scena un ironico racconto nel mondo della prostituzione e contemporaneamente esploda in balletti onirici. Su entrambi i piani ci troviamo - senza sorpresa - nell’ambito del manierismo almodovariano. Il concetto è che Marieta soffre di narcolessia, spesso si addormenta all’improvviso, e ogni volta sogna di interpretare numeri musicali ultra-“glamorous” (dall’evidente ruolo compensativo). Il doppio binario fra la sua vita e i suoi sogni/balletto soffre di una bizzarra contraddizione: mentre il principio stesso del musical è che il racconto debba sbocciare nei numeri musicali, “20 centímetros” dà una certa impressione di spiacevole meccanicità. Che si dissolve solo nella seconda parte: un po’ il racconto si è maggiormente definito, un po’ perché nella seconda parte troviamo i numeri musicali migliori.
Fra questi vorrei ricordare “Quiero ser santa” (indiscutibilmente debitore al classico clip “Thriller” di John Landis) con un memorabile codazzo di prostitute-vampiro-zombi e chiuso da un’Ascensione blasfema; “True Blue” con un’acida descrizione del matrimonio in stile “californiano”; il conclusivo, energico “I Want to Break Free” in ambiente ospedaliero, quando alfine Marieta perviene a operarsi; ma anche il triste “Boys Boys Boys” col balletto di prostituite coperte di lividi, affidato a Najwa Nimri.
In generale però la concezione citazionistica, coloratissima e volutamente kitsch dei balletti tende a privarli di forza e drammaticità (siamo lontani, per fare un esempio recente, dal pur citazionistico “Chicago”). Peggio ancora, il film nel suo complesso appare alquanto faticoso. Salazar ha una visione immediata, scenografica, del racconto, ma stenta a costruirne un’organizzazione equilibrata. Varie scene risultano stranamente “tirate via”, e il film oscilla contraddittoriamente fra le opposte caratteristiche dello stiracchiato e del sovrabbondante. Talvolta dimentica la prima regola del musical: che i numeri musicali devono raggiungere un vero climax e che dopo bisogna porre molta attenzione al raccordo col racconto.
Con tutti i suoi difetti, nondimeno “20 centímetros” lascia un ricordo gradevole. In buona parte è dovuto alla grandissima Cervera; ma nel film si trovano in effetti diversi buoni tocchi e piacevoli audacie. Ramón Salazar non manca di talento: deve imparare a disciplinarlo.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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