George Lucas
Ventotto anni fa George Lucas ridefinì la fantascienza cinematografica col primo “Star Wars”, “Guerre stellari”. Oggi lo splendido “Star Wars - Episodio III - La vendetta dei Sith” di Lucas - con la trasformazione di Anakin Skywalker, il padre di Luke e Leia, in Darth Vader - chiude la serie. Un destino si compie.
Questo cupo film contiene l’elemento romanzesco e moderno dello sviluppo psicologico, contiene quello popolare dell’avventura, ma la sua struttura è mitica. Sappiamo già che assisteremo alla nascita di Darth Vader, e già la prima trilogia ha raccontato lo sviluppo successivo. Il mito è qualcosa che gli ascoltatori conoscono già; il mito può essere soltanto ri/narrato. Un poema sulla nascita di Castore e Polluce da Leda non serve a dirci cosa è successo, bensì a materializzare con dettagli narrativi e “colores” retorici un punto d’arrivo già noto. Per questo nella doppia trilogia lucasiana è fondamentale l’ordine inverso.
“La vendetta dei Sith” è la storia di una caduta; anzi (il mito per sua natura è generale e non particolare, culturale e non individuale, epocale e non contingente) la storia della Caduta. I grandi repertori mitici dell’occidente, quello greco, quello ebraico-cristiano, quello moderno della cultura di massa, non sono indipendenti ma si scontrano e si contaminano lungo la nostra storia culturale. Inevitabile che Lucas inscrivesse la caduta di Anakin entro coordinate cristiane (mentre la filosofia dei cavalieri Jedi è piuttosto orientale, scintoista e buddhista: vedi il bel discorso di Yoda sulla perdita). Così l’atto finale della Caduta si svolge su un pianeta di lava che richiama l’Inferno.
“Quindi con l’ali spalancate dirige il suo volo / alto incombente sull’aria abbrunata, che avverte / l’insolito peso, e sull’arida terra si cala, se è terra / quella che brucia di solido fuoco, come il lago brucia / di fuoco liquefatto, e di tale colore appariva...” (Milton, “Paradiso perduto”, I, 225-230). La cultura anglosassone evoca Milton dove noi evocheremmo Dante - e Anakin (grande il particolare della lacrima che gli scende sul viso guardando il fiume di lava) è un personaggio in tutto e per tutto miltoniano.
Questa Caduta ha un tentatore: l’attitudine di Palpatine, Signore dei Sith, verso Anakin è puramente demoniaca. Con Anakin Palpatine si traveste da padre: nota che lo chiama “figliolo” mentre Obi-wan Kenobi lo chiama “fratello” (ma al confuso Anakin occorre un padre putativo, non un fratello maggiore). Il desiderio di impedire la morte della donna amata (vista in premonizione) assumerà lo stesso ruolo della mela dell’Eden. La morte di Padme poi deriverà proprio dalla brama di impedirla: la circolarità del paradosso temporale!
Servito da ottime interpretazioni, George Lucas con “La vendetta dei Sith” (il cui inizio non a caso riproduce esattamente lo stesso movimento che apriva il primo “Star Wars”) raggiunge la grandezza della prima trilogia. Ma in opposizione alla prima, giovanile e trionfale, la seconda trilogia è il racconto di un vecchio, il cui sguardo sulla vita è più fosco. Storia della caduta di Anakin e storia della caduta della Repubblica, la seconda trilogia affronta un tema che mancava del tutto nella prima (perché non apparteneva né alla concezione giovanile né alla cultura degli anni ’70): la necessaria ambiguità della politica. Il Consiglio dei Cavalieri Jedi fa politica; non potrebbe non farla (Yoda ne vede lucidamente i rischi). Ciò si oppone all’idealismo astratto; anche su questo farà breccia Palpatine per portare Anakin al Lato Oscuro.
E la maschera di Darth Vader cala in soggettiva su Anakin “rimontato” meccanicamente come un doloroso Frankenstein. Darth Vader sorge da disteso con lo stesso movimento irreale del Nosferatu di Murnau, su una musica liturgica che lo connota come un Anticristo (infatti era il falso Eletto). Un cerchio si chiude. Ma nella prospettiva temporale rovesciata del ciclo, un cerchio si apre: “una nuova speranza” - sottotitolo del film (Episodio IV!) da cui tutto è partito.
(Il Nuovo FVG)
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