martedì 8 gennaio 2008

Kill Bill Vol. 2

Quentin Tarantino

E’ evidente come in “Kill Bill Vol. 2” di Quentin Tarantino il ritmo è cambiato: il film fluisce in anse maestose, con momenti di espansione dialogica ed emotiva. Ma giacché “Kill Bill Vol. 2” prosegue organicamente il “Vol. 1”, non è un sequel ma si tratta di un grande film in due parti, la mutazione di ritmo è data dal tono interno dell’opera, non dalla banalità di una successione temporale.
Recuperando un’immagine usata parlando del “Vol. 1”, possiamo paragonare Tarantino a Joyce: costruisce un universo “mitologico” amalgamando una gigantesca congerie di materiali culturali in una poderosa stratificazione organica. Il “Vol. 2” porta a questa struttura un’ulteriore ampiezza sentimentale e tragica, già annunciata dalla folgorante citazione fordiana (da “Sentieri selvaggi”: la porta inquadrata frontalmente che dà sul deserto) all’inizio. Mette in luce che la grande e sanguinaria ricerca da parte di Uma Thurman, la Sposa, è una “Quest”. Nel “Vol. 1” noi spettatori non ce n’eravamo accorti; l’avevamo presa per una storia di vendetta qualunque: ovvero, c’è una serie di canaglie da uccidere e per ultima viene la peggior canaglia di tutte. Ci eravamo fatti abbagliare dal modello grafico della lista.
Una “Quest” è una ricerca - però maiuscola: la ricerca di qualcosa di fondamentale e indicibile, che si rispecchia nella ricerca di se stessi. Pertanto nella seconda parte, man mano che la Sposa si avvicina a Bill, è naturale il mutamento del ritmo. Nell’avvicinarsi al cuore della ricerca devono sospendersi il rumore e il furore, e (solo per un attimo) stabilirsi la riflessione, la contrizione, il silenzio.
E’ come l’“occhio” di pace all’interno del ciclone. Dopo, è giusto che riparta l’esplosione furiosa del combattimento (con la sua dignità ormai rara nel cinema occidentale: l’altissima dignità solenne con cui alla fine di “Kill Bill” il perdente muore).
Dunque la Sposa alla fine della ricerca non trova solo l’ultimo nemico, e la figlia ignorata: trova se stessa, in quanto il film ci rivela la verità di Bill, dell’accaduto, della Sposa medesima. E’ un viaggio psicologico che mette a nudo il “non detto” del “Vol. 1”. E per estensione il “non detto” assoluto che giace nell’amore (materializzando convincentemente il concetto nel siero della verità). Tutte le verità vengono alla luce; una lacrima scende sulla guancia.
E questo è Hong Kong. Perché il grande merito storico del cinema hongkonghese (e giapponese) è quello d’aver saputo declinare una grammatica espressiva dei sentimenti, di cui il cinema americano moderno non riusciva più a restituire la purezza. Ne è vero simbolo la classica lacrima che nel cinema di Hong Kong vediamo scendere sul viso di eroi ed eroine, e qui della Sposa. Quentin Tarantino con “Kill Bill” ha fatto del puro cinema orientale - anche a prescindere dagli episodi in Cina e Giappone, dalla “katana” da samurai come arma della Sposa, eccetera: l’orientalismo sul piano narrativo è solo la prosecuzione logica di un partito preso dell’emozione rivelata.
Per questo, nulla è più rozzamente banale della concezione di Tarantino come “maestro della violenza”. Certo, la rende meglio di chiunque nel cinema contemporaneo: la scena in cui Uma Thurman schiaccia calpestandolo col piede nudo l’occhio strappato alla sua nemica è di splendida raccapricciante fisicità. Ma Tarantino fa molto di più. Struttura la sua materia mitologica in una costruzione artistica ricca, profonda, conturbante che declina ciò che narra in pura, drammatica bellezza.
Il suo sguardo cinematografico sa caricare di significato qualsiasi cosa filmi - soprattutto quelle che non appaiono significanti in sé (mentre una lotta mortale manterrebbe un significato e un barlume d’interesse anche se la filmassero Giovanni Veronesi o Ed Wood). L’inessenziale che diventa essenziale: da Rossellini alla Nouvelle Vague, un marchio del cinema moderno - al pari dell’intento metacinematografico. Il cinema di Tarantino, contenente entrambi i principî, è pura, scintillante modernità.

(Il Nuovo FVG)

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