martedì 8 gennaio 2008

Sin City

Frank Miller e Robert Rodriguez

Di recente ci è capitato di parlare abbastanza spesso di un cinema/grafica: un cinema che riporta sullo schermo il disegno, nel quale l’immagine guarda a un effetto grafico, mantiene volutamente nella propria tessitura qualcosa del disegno stesso.
Un risultato artistico rilevante in questa nuova simbiosi di fotografia e disegno è il sanguinario e bellissimo “Frank Miller’s Sin City”, diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez (autore di riprese e montaggio). Come tutti sanno, gli attori hanno recitato sullo sfondo di uno schermo verde sul quale la computer graphics ha aggiunto il resto. La fedeltà al fumetto d’origine - testi, inquadrature, anche uso di “prosthetics” alla “Dick Tracy” per il personaggio di Mickey Rourke - si spinge fino a usare un fascinoso b/n ravvivato qua e là da precisi tocchi di colore (non si può non ricordare qui che il geniale Francis Ford Coppola anticipò questa soluzione nel 1983 in “Rusty il selvaggio”). In questo film a vari racconti collegati, il sangue - quando non è una macchia rossa nel b/n - è bianco, ma ha la stessa evidenza (o è giallo per il mostro umano del racconto finale). Sequenze horror come l’esecuzione sulla sedia elettrica mantengono un’aura perfettamente grafica. Fumettistici sono i voli quando un personaggio è investito da un’auto. Vediamo persino i classici cerotti incrociati dei fumetti addosso a Mickey Rourke. Ma questo film non è un cartoon. La grana dei visi, l’evidenza della pelle fotografata, si oppone alla superficie “bianca” del disegno di Frank Miller: la concretezza del fotografico non si lascia ridurre all’astrazione del grafico (come questi esperimenti avrebbero interessato André Bazin!). Astrazione grafica che rispunta quando le figure si trasformano per brevi attimi in silhouettes bianche...
“Sin City” è affascinato dal corpo delle donne, dai loro costumi “fetish”, dalla sensualità armata. Questo film a focalizzazione narrativa fortemente maschile (Bruce Willis, Mickey Rourke, Clive Owen) trova una figura del desiderio nella “deadly female”, la femmina mortale. Forse il momento più bello di tutto il film è la meravigliosa carrellata che esalta le puttane seminude bellissime e feroci, stagliate contro un cielo rosso tempestoso, che dall’alto mitragliano e massacrano la gang dei criminali.
Ciò basta a dirci che “Sin City” non consiste solo nell’artificio del b/n con tocchi di colore. E’ una magnifica “pulp fiction” nella linea estremistica degli amici inseparabili Rodriguez e Tarantino (che firma come ospite una scena). Dei due, si sa, Quentin Tarantino è il più bravo; ma “Sin City” è il miglior film di Rodriguez sinora. Ha una crudeltà visionaria che trasforma le sparatorie, i corpi smembrati, gli arti mozzati in lampi di delirante bellezza. Lo attraversano grandi momenti di umorismo nero: non è puro genio la pagina del cadavere trasportato in auto (ha una canna di pistola piantata nel cervello) che discorre, beffeggia, si fuma una sigaretta, grida spaventato “Occhio!” al guidatore? E gli rimane questa vitalità anche quand’è una testa tagliata... Idem per il gangster trapassato da una freccia, che chiacchiera tranquillamente, stupito e divertito, nello stesso segmento, che è il migliore del film.
Impostato su un uso audace del tempo e dello spazio (eleganti incroci temporali, splendidi falsi movimenti di macchina che si traducono in ellissi), il racconto frenetico di “Sin City” estremizza la narrativa “hard-boiled” (ma Raymond Chandler resterebbe terrorizzato!). Donde l’importanza “fondante” della voce narrante, profonda, confidenziale, gnomica, da cui il testo letteralmente si crea. Di conseguenza la morale di “Sin City” è la spinta al parossismo della morale “hard-boiled” del lupo solitario col suo senso della giustizia contro la città come immenso organismo corrotto. La giustizia della vendetta, dell’uccidere il malvagio, la gioia selvaggia di vedere il suo sangue: così “Sin City” esprime nel suo romanticismo disperato un’alta moralità.

(Il Nuovo FVG)

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