martedì 8 gennaio 2008

Quo vadis, baby?

Gabriele Salvatores

Dopo diversi film, a volte discreti, a volte privi d’interesse, o addirittura pessimi (“Denti”), Gabriele Salvatores ne ha realizzato nel 2003 uno assai buono, “Io non ho paura”. Ora ritorna con un altro film notevole, “Quo vadis, baby?” (è una citazione da “Ultimo tango a Parigi”). Possiamo dunque sperare che il regista napoletano abbia alfine trovato la sua piena maturità.
Giorgia (Angela Baraldi), un’investigatrice privata alcoolizzata che ancora soffre per l’oscuro suicidio della sorella Ada 16 anni prima, viene in possesso di una serie di vecchi video registrati da Ada (Claudia Zanella), che forse possono far luce sulla sua morte. La buona costruzione dell’immagine nella fotografia netta ed elegante di Italo Petriccioni è basilare in un film che è un thriller dell’occhio, un mystery della visione: non un giallo nel senso usuale, ma certamente un giallo dell’anima. Tratta dal romanzo di Grazia Verasani, la sceneggiatura di Salvatores e Fabio Scamoni sostituisce il fascio di lettere del romanzo con le videocassette, e questa è una scelta fondante. Perché al centro di “Quo vadis, baby?” sta l’atto di guardare.
Ha senso che Giorgia ci appaia per la prima volta mentre spia una moglie infedele con il teleobiettivo. Il suo lavoro è una forma di voyeurismo per conto terzi. “Mi pagano per farmi i cazzi degli altri”, dice; e anche “Non mi frega niente di quel che succede dopo”, ma mente a se stessa. Sa che guardare non è mai innocente.
Man mano che Giorgia si addentra nella rivelazione visiva della vita di Ada (nota che nei video Ada non si rivolge a lei: pur mosso dal dolore, quello di Giorgia è lo stesso spiare, lo stesso voyeurismo del suo lavoro), videocassette e ricordi si confondono. Il film gioca sull’ambiguità della visione tra flashbacks soggettivi (ricordi) e video registrati. Ma non sono i video anch’essi dei ricordi, materializzati, reificati? E ci sono anche flashbacks dei video: ricordi di secondo grado.
A un certo punto un bellissimo “campo/controcampo” irreale unifica il presente di Giorgia e un video di Ada che sembra commentare il dialogo. Ovvero, Salvatores gioca sui diversi statuti dell’immagine, le varie categorie della visione. C’è un’inquadratura stupenda in cui vediamo puntini neri danzare elegantemente su fondo azzurro, e sembra un esempio di computer art - ma poi vediamo che è uno sciame di storni nel cielo della metropoli.
Al di là delle videocassette, al di là dello spiare per lavoro, l’atto dello sguardo ritorna ossessivamente nel film in tutte le forme. Giorgia incontra Andrea (un interessante Gigio Alberti) a un party con esempi di video art sulle immagini e la percezione. Guarda l’amica di allora di Ada che si esibisce in un peep-show. Irrompe nella lezione universitaria di Andrea mentre questi parla dell’occhio che coincide con l’obiettivo. Verrà enunciata in termini di visione anche la rivelazione finale nello scontro fra Ada e il padre (Luigi Maria Burruano): “Io ti ho visto!”
Contestualmente, una rete molto fitta ed elaborata di citazioni e rimandi cinematografici (esempio, nel video dove Ada parla di un suo triangolo amoroso campeggia il poster di “Jules et Jim”) sfiora l’estremismo cinefilo - del resto, il film è raffinato fino all’estetismo, in certi passaggi sembra Beineix o Carax. Centrale in questa marea di citazioni cinematografiche, compare - quasi un riassunto per frammenti - “M” di Fritz Lang, il classico sull’infanzia assassinata, perfetto in un dramma sulla frattura fra il padre e le figlie. Proprio alla fine di questo film spunta (“M” era stato registrato sopra uno dei video) il frammento finale di Ada, con la verità - ma Giorgia è uscita di casa e non c’è più nessuno a vederlo.
Il film dunque è cronaca di uno scacco, Giorgia non riuscirà a vedere la verità. Però - sotto l’impianto simbolico di “M” - Giorgia non vede perché non vuole più guardare; non regge più il vedere. Ma il disastro è già avvenuto. Poiché (ce lo insegna Hitchcock) aver voluto guardare una sola volta è già l’irreparabile.

(Il Nuovo FVG)

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