martedì 8 gennaio 2008

Clean

Olivier Assayas

I distributori italiani, sui quali si può sempre contare per una malefatta, hanno presentato il capolavoro “Clean” di Olivier Assayas con lo stupido sottotitolo “Quando il rock ti scorre nelle vene” - nella speranza di attrarre qualche rocchettaro distratto. Ma non si tratta di un rock movie. Certo, il rock è un interesse di Assayas fin dal suo esordio “Desordre”; certo, in “Clean” è presente come background (Assayas poi è sempre stato interessato alle forme produttive dello spettacolo: vedi lo splendido “Irma Vep”). Ma in questa storia di risalita dopo la caduta, storia di sentimenti tesa come un thriller, il rock non è neppure la “forza” agente nell’animo di Emily/Maggie Cheung - rockstar in decadenza il cui compagno e collega è morto di overdose per la droga da lei comprata; uscita dal carcere, ritrova un rapporto col padre dell’uomo (Nick Nolte) e col proprio figlio bambino.
La questione base del film è espressa nel dialogo con l’amica Iréne: “Sono cambiata” - “La gente non cambia”. In opposizione, Albrecht (Nolte), la cui tranquilla comprensione è aliena da ogni enunciazione moralistica: “Io credo nel perdono. La gente cambia. Se c’è bisogno, cambia”. A quest’ipotesi di salvezza si contrappone nel film la tristezza della fine astiosa dell’amore fra Iréne e la sua ex amante Sandrine. I sentimenti non sono rose e fiori.
Maggie Cheung, sempre attrice di rilievo, offre a “Clean” un’interpretazione intensa e memorabile. Proprio in quanto tale, è prima di tutto un corpo. Ossessionanti i suoi grandi occhi neri, dilatati, profondi come un pozzo! Nelle sequenze centrali, una cuffia le copre i capelli, esalta la curvatura asiatica del suo viso e gli occhi profondissimi.
La modernità e l’originalità dello sguardo di Assayas si vedono già dall’inizio: teste e corpi si frappongono liberamente fra la cantante e la macchina da presa, fino a creare attimi di “nero” come dissolvenze - dove il realismo mette in crisi la convenzione cinematografica del “mostrare” innanzitutto. La velocità della sequenza quando Emily acquista la droga esemplifica un carattere fondante del film: Assayas non spreca un secondo di pellicola; non mette nel film un secondo di troppo. E tuttavia, quando occorre, si prende tutto il suo tempo. Nei dialoghi emerge spesso una tendenza al piano sequenza, dove la fluidità della macchina a mano viene spezzata da stacchi di montaggio che servono appunto a impedire al piano sequenza di emergere in quanto tale (ciò che sarebbe troppo enunciativo, troppo conscio del mezzo cinematografico).
L’intera narrazione è ricca di ellissi, forti ma non enigmatiche, nell’ordine di una sobrietà narrativa che è una vera forma di classicità. E’, quello di “Clean”, un racconto narrato per frammenti significanti, densissimi, per schegge di esperienza, simile al riflesso che si disegna in uno specchio infranto; ma questi frammenti rispondono a una logica narrativa rigorosa quanto l’architettura drammaturgica di un film di John Ford. Il che distingue il film di Assayas rispetto al “periodare largo” stile Nouvelle Vague. Non v’è gusto della digressione e l’elemento descrittivo non viene da un allargarsi dello sguardo ma si concentra, fulminante, all’interno di una stretta focalizzazione sul personaggio. Per questo si può parlare di classicismo per il film.
Bellissime sono le sue dissolvenze di drammatica “giustezza”: la dissolvenza è un’arte, si tratta di cogliere l’istante perfetto, altrimenti è o un’acerba interruzione o un gonfio svolazzo finale. Almeno un paio, in “Clean”, sono fra le più belle che abbiamo visto al cinema.
Tuttavia in questi casi - il dolore della madre del morto, la crisi di astinenza di Emily - la dissolvenza non ha solo un valore narrativo e stilistico: ha un pudore; possiamo richiamare qui quella “moralità della visione” che era un punto fermo dei critici della Nouvelle Vague (quello per cui Rivette svergognava il Pontecorvo di “Kapò”). Anche da questo proviene l’imperativa altezza del film.

(Il Nuovo FVG)

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