lunedì 7 gennaio 2008

Melinda e Melinda

Woody Allen

Acuto individualista, Woody Allen ama giocare tra film di fattura ingannevolmente classica e film metanarrativi (ossia, in cui il racconto mette in scena se stesso). A questi ultimi appartiene “Melinda e Melinda”, opera indubbiamente minore nella filmografia alleniana, ma non da buttare (tuttavia siamo costretti a chiederci cosa non poteva diventare il suo affascinante spunto, se Woody ci si fosse accostato con la verve scintillante di “Pallottole su Broadway” o anche di “Harry a pezzi”).
Come tutti i grandi comici Woody è sempre stato conscio di quanto comico e tragico s’intreccino e dolorosamente si confondano. Ci ha dato film che mostrano splendidamente l’emergere dell’uno nell’altro; quasi obbligatorio citare qui “Crimini e misfatti” (o per una commistione realizzata in forme diverse, pensiamo alla cupa grandezza ipernegativa del recente “Anything Else”). In “Melinda e Melinda” Woody Allen scinde su due piani il proprio modo di lavorare: secondo un progetto fortemente volontaristico, isola l’elemento tragico e l’elemento comico, separandoli come diversi sviluppi dello stesso punto di partenza (la flippata Melinda che s’intrufola in una cena di conoscenti).
Vediamo, al tavolino di un bistrot, alcuni rappresentanti della tipica “intelligencija” newyorkese: fra loro, uno scrittore di commedie e uno di storie tragiche discutono sulle rispettive visioni del mondo / della creazione artistica (è una spia dell’onestà intellettuale che ha sempre caratterizzato Woody che il film dia per scontato la coincidenza perfetta dei due termini). Ne nasce, quasi esperimento di scrittura, la doppia storia di Melinda, come tragedia e come commedia, che appare interlineata nel film, propiziata dagli interventi dialogici dei due demiurghi. Una doppia parte per l’ottima Radha Mitchell (immediatamente riconoscibile nelle due storie per la diversa acconciatura dei capelli). Come nei racconti fantascientifici sugli universi paralleli, è affascinante vedere i “ritorni”, i lievi spostamenti, i rovesciamenti fra una storia e l’altra. Sebbene il concetto risulti più fascinoso che la sua realizzazione, “Melinda e Melinda” scorre con piacevolezza. Lascia però un leggero retrogusto d’incertezza, la sensazione che i conti non tornino interamente.
Il versante commedia è normale amministrazione alleniana: il dialogo propone il protagonista Will Ferrell come una copia giovane di Woody (identificazione smisuratamente sottolineata dal doppiaggio italiano). E’ inferiore alle sue grandi commedie, ma comunque divertente. Ora, sul versante tragico, la logica dell’operazione ci farebbe aspettare il Woody Allen cupo e “bergmaniano” di “Interiors” e “Un’altra donna”. Invece – o per scelta dell’autore o, come mi sembra legittimo credere, per inadeguatezza della costruzione – non è così. Nonostante qualche primissimo piano para-bergmaniano, questo versante tragico sembra mantenersi su un piano di commedia drammatica - mai però realizzata, irrisolta.
Naturalmente potrebbe anche essere programma di Allen che un “modo” proietti la sua ombra sull’altro. Ma ciò implicherebbe un doppio rispecchiamento – pure una vena tragica sotto lo svolgimento comico – che non c’è.
Beninteso, questi rilievi non derivano da chissà quale preferenza assoluta per la formula della tragedia senza compromessi (o del mélo totale) rispetto a quella della commedia drammatica. Semplicemente, si avverte fra l’impostazione del film e la sua realizzazione una sorta di discrasia: una forzatura, un’imperfezione nell’assolvere al compito propostosi – e quindi un problema di realizzazione artistica, non di principio estetico.
Può essere interessante, alla luce di questi problemi, speculare sulla preminenza che sembra avere nel film lo scrittore comico rispetto a quello tragico. Interpretato da un magnifico caratterista, Wallace Shawn, emerge sull’altro, e tocca a lui di tirare le somme e di concretizzare un’elegante chiusura.

(Il Nuovo FVG)

Nessun commento: