lunedì 7 gennaio 2008

Jarhead

Sam Mendes

La voce narrante del protagonista Anthony Swofford apre “Jarhead” parlando sullo schermo buio, dolente e sarcastica, epica e gnomica, enunciandoci la teoria e la pratica dei marines ( “jarheads”, teste a barattolo). Alla fine ci dirà che, tornato alla vita civile, uno resta marine per sempre. La mano che ha imparato a stringere un fucile, dice, anche nel futuro, anche lavorando la terra o carezzando una donna, ricorderà sempre il fucile. La guerra è un imprinting.
Sceneggiato da William Broyles jr. dal libro autobiografico di Swofford, che ha partecipato alla prima guerra del Golfo, il bellissimo film di Sam Mendes è un viaggio esistenziale all’interno dei marines. Forse solo un altro film l’ha guardato così da dentro: il misconosciuto “Gunny” di Clint Eastwood. Senza dubbio “Full Metal Jacket” di Kubrick (qui citato con evidenza in apertura) e “Apocalypse Now” di Coppola (presente nella scena memorabile in cui i marines al cinema acclamano gli elicotteri che piombano sul villaggio vietcong sulle note di Wagner) restano superiori; ma il loro sguardo era esterno: filosofico e lucidamente disperato in Kubrick, sanguigno e oscuramente affascinato in Coppola.
Non è né pro né contro la guerra, dichiara Mendes, è un film su Anthony Swofford. “Jarhead” è così bello e importante appunto perché non è ideologico. Ciò che non significa annacquato. Svolgendosi all’interno di un universo circolare, autoreferenziale, “Jarhead” è la cronaca di una feroce preparazione al combattimento senza mai l’atto. Swofford e i suoi compagni combattono la prima guerra del Golfo e dicono, con frase memorabile: “Questa guerra è troppo veloce per noi”. La guerra come combattimento sfugge sempre al protagonista e ai suoi; è sempre lasciata alla tecnologia dei missili e dell’aviazione: è sempre una duna più in là. Dove non trovano il nemico ma i cadaveri bruciati dei soldati di Saddam bombardati - un’autostrada di mummie carbonizzate. Un tiratore scelto entra in crisi isterica quando gli viene impedito di sparare l’unico colpo della sua guerra (interverrà l’aviazione - e non è solamente per ragioni di budget che vediamo il bombardamento che segue solo come un riflesso fantasmatico su un vetro).
Così la loro guerra è una marcia nell’irreale. Una pioggia di petrolio sotto il bagliore dei pozzi incendiati, un tenente colonnello che usa il microfono come una rock star, una partita a football con le tute antigas (e annessa citazione di “Guerre stellari”), un cavallo unto di petrolio che appare come un fantasma nel deserto, il coglione del gruppo che ruba un corpo carbonizzato per affittarlo per le foto ricordo. Mendes traduce questa cavalcata spettrale secondo le regole del suo cinema, con momenti di rottura della convenzione narrativa (interpellazione di Swofford, il narratore, agli spettatori, sul flashback dei genitori che fanno sesso: “Io non posso guardare - e nemmeno voi”) e con una grande tensione di bellezza visuale: pagine di bellezza fotografica quasi astratta trasformano il deserto in un luogo psichedelico.
La guerra per questi giovani si è svincolata dal combattimento - e contestualmente è diventata eterna. Il tempo in “Jarhead” si dilata nel vuoto. La guerra sembra perdere il suo carattere di “intervallo” della pace, il rapporto pare essersi rovesciato (ironicamente il narratore ci mostrava i genitori che scopano “in un momento di pausa della guerra del Vietnam”). La guerra è diventata eterna, e le donne ti abbandonano quando sei a combattere: ecco il “muro della vergogna” delle amanti infedeli, il lento abbandono subito dal protagonista, lo scherzo crudele di una moglie nell’inviare al marito la finta videocassetta (scelta non casuale) de “Il cacciatore”. A tutto il dolore che preme i giovani marines oppongono una fragile familiarità di gruppo: la tenda, dove nulla li può toccare (“però siamo dei pazzi a crederci”). “Jarhead” è un film, come “American Beauty” ed “Era mio padre”, di rapporti familiari irreali - o fantasmatici o spezzati.

(Il Nuovo FVG)

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