lunedì 7 gennaio 2008

Casanova

Lasse Hallström

Nell’aula dell’università Casanova (Heath Ledger) duella cogli sgherri dell’Inquisizione e cerca di sfuggire loro appendendosi a una piccola mongolfiera che aleggia nell’aria come dimostrazione scientifica. E’ una delle varie scene del “Casanova” di Lasse Hallström che giustificano un riferimento storico: nel suo versante avventuroso, mosso e ballerino, il film richiama gli ironici cappa e spada fine anni ’40/primi anni ’50, come “I tre moschettieri” e “Scaramouche” di George Sidney, “La leggenda dell’arciere di fuoco” di Jacques Tourneur, “Il corsaro dell’isola verde” di Robert Siodmak. Certo, con meno leggerezza di quei film irripetibili; ma avvicinandocisi di più di quanto uno possa aspettarsi di solito dal cinema americano contemporaneo.
La stessa leggerezza all’antica si trova nel versante di commedia degli equivoci, degli inganni sull’identità, degli scambi di persona che fornisce la struttura principale del film - nel corso del quale Casanova assume una ridda di identità diverse, culminando in un ballo nel quale deve incarnare due invitati contemporaneamente, coll’ausilio di una maschera doppia. Tutto questo ha un piacevole tono rétro: il gustoso personaggio del servo Lupo (Omid Djalili), con quel suo divertente vezzo di parlare al plurale identificandosi col padrone, ricorda veramente Eric Blore (sublime caratterista britannico trapiantato nella Hollywood classica, inimitabile nelle parti di maggiordomo).
Certamente “Casanova” non è un capolavoro; ma è più piacevole di quanto promettesse la firma di Lasse Hallström, che è regista modesto, fondamentalmente opportunista, di quelli che costruiscono i film col bilancino per compiacere il pubblico medio. Qui però Hallström si trova a mettere in scena una buona sceneggiatura, di Jeffrey Hatcher e Kimberly Simi, e ne emerge un film dotato di una certa solidità.
Heath Ledger incarna un Casanova immaginario ambientato in una Venezia non meno immaginaria sul piano storico, un’amabile isola di libertà minacciata (laddove per avere un’idea della grettezza immobilista durante il declino della Repubblica basta leggere, del Casanova autentico, la “Storia della mia fuga dai Piombi”); immaginaria anche sul piano dei costumi, un po’ per disinteresse storico (tutti bevono il tè anziché la cioccolata) e un po’ per celia (per le strade sono affissi i primi esempi di pubblicità). Ciò naturalmente non offende nessuno, e l’ambientazione ha una sua sontuosa coerenza che tiene sotto controllo gli anacronismi architettonici (non tutti: vediamo su un palazzo l’insegna ottocentesca dell’Hotel Regina). Il solo dettaglio che urta davvero sul piano della messa in scena sono le scritte (libri, manoscritti, cartelli) invariabilmente in inglese, pessima tradizione hollywoodiana.
C’è un certo spirito libertino nel film, che all’inizio mostra la seduzione di un intero convento di suore: niente di sconvolgente, ma abbastanza coraggioso nell’asfissiante clima di correttezza politica/religiosa/sessuale della Hollywood d’oggi. Vero è che il Casanova di Heath Ledger (i cui discorsi e precetti di seduzione suonano assai saggi) alla fine si arrende alla mediocrità monogamica; ma c’è anche un altro Casanova (Charlie Cox) pronto a sostituirlo a Venezia nel ruolo di grande libertino. Ovvero, il film ha in qualche modo intuito che Casanova non è un uomo, è un simbolo: della monogamia felice in opposizione a quella fredda e statistica di cui è incarnazione Don Giovanni.
Sienna Miller incarna bene una figura femminile cui non manca un riferimento shakespeariano (il travestimento); Jeremy Irons è delizioso nel ruolo del Grande Inquisitore beffato, che gli consente di sviluppare dei tratti comici poco frequentati come attore. Ed è piacevole vedere gli inquisitori scornati e picchiati - specie in un momento in cui, incoraggiati dalla vigliaccheria dell’Europa, gli integralisti musulmani hanno ristabilito la Santa Inquisizione nel mondo.

(Il Nuovo FVG)

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