Ridley Scott
I colori cupi e bluastri con cui si apre il nuovo film di Ridley Scott “Le crociate” sembrerebbero autorizzare un rimando al suo magnifico “Il gladiatore”. Ma in realtà il riferimento giusto è a un’altra opera di Scott (come rende chiaro anche il titolo originale “Kingdom of Heaven”, Il regno del cielo): “1492 - La conquista del Paradiso”, il suo film su Cristoforo Colombo. Poiché uno dei temi del cinema diseguale ma ricco e stimolante di Ridley Scott è proprio quello della ricerca (fallace) di un Nuovo Mondo sognato come un Altrove edenico. Tutti Eden impossibili, tutti Eden con il serpente (fin dal lontano quarto film di Scott, “Legend”): dove il serpente sta nella nostra stessa caduta - nella nostra disperazione e violenza.
Una ricerca del genere viene dichiarata “apertis verbis” all’inizio del verbosissimo “Le crociate”. Il regno di Gerusalemme per il protagonista Baliano (Orlando Bloom), il “cavaliere perfetto”, incarna il mito della rinascita morale dell’Europa e contestualmente quello (tanto esplorato dal cinema western) del Giardino che sorge dalla terra arida, come vediamo in una scena di illusoria felicità.
A tal proposito: come è stato giustamente osservato, gli arabi, maestri di irrigazione all’epoca, avevano proprio bisogno che arrivasse un ex maniscalco francese per insegnargli a scavare pozzi! Ma “Le crociate”, se non è pseudo-storia come “Il gladiatore”, è comunque simil-storia (anche se ce ne accorgiamo di meno); ed è legittimo, perché un artista ha sempre facoltà di piegare il vero storico alle esigenze del proprio talento. Ciò ch’è questionabile semmai è il fatto che nel presente film il talento di Ridley Scott si vede ben poco.
Tutti i film di Scott mettono in scena, con grande forza visiva, un dualismo, una contraddizione, un’opposta attrazione fra due poli. Tendenzialmente “Le crociate” si struttura come un complicato viluppo dialettico - al centro del quale sta Gerusalemme: un miraggio, un’illusione (alla domanda “Quanto vale Gerusalemme?” - “Niente! Tutto!”, risponde il Saladino) attorno a cui si scannano le forze contrapposte. Il guaio è che la visione tragica e dialettica di Scott è rovinata dalla faciloneria “politically correct” della mediocre sceneggiatura di William Monahan.
Per vari aspetti “Le crociate” risulta un film fallito. La narrativa è ansimante e sfilacciata. Si sa che la “extended version” in DVD sarà assai più lunga, ed ecco illustrato qui un nuovo problema del cinema: la nascita delle versioni estese pare autorizzare una costruzione “sloppy” della versione montata per il grande schermo. Qui abbiamo personaggi che appaiono, scompaiono, rispuntano a frammenti disordinati, come re Guido dopo la sconfitta, con desolante disordine drammaturgico. Vedere “Le crociate” dà l’impressione di guardare quegli affreschi sui muri delle chiese antiche che il tempo ha ridotto a lacerti.
Fra gli interpreti, il più efficace è il siriano Ghassan Massoud (il Saladino); ma dei protagonisti, Orlando Bloom è inespressivo ed Eva Green (Sybilla) pare una Valeria Golino truccata da Theda Bara. Anche sul mero piano spettacolare, “Le crociate” non vale il recente e meno costoso “King Arthur”. Ridley Scott in questo film sembra accontentarsi di un ruolo di illustratore. A parte che sovente Scott pare rifuggire dalla descrizione della battaglia (la sconfitta dell’esercito di Guido va in ellissi), l’assedio di Gerusalemme è il clou e la parte migliore del film, certo assai bello sul piano grafico; però, siamo onesti, abbiamo già visto di meglio nel “Signore degli Anelli” di Peter Jackson. I combattimenti individuali non sono male, ma non hanno la grandezza barocca de “Il gladiatore”.
Dell’autentico Ridley Scott restano solo accenni, come il nascosto tema ricorrente del “velo”, che più volte (il sudario della moglie di Baliano, il velo della sorella del Saladino, la maschera metallica del re lebbroso Baldovino) viene sollevato a significare l’ombra della morte. Ma è troppo poco.
(Il Nuovo FVG)
martedì 8 gennaio 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento