lunedì 7 gennaio 2008

L'amore sospetto

Emmanuel Carrère

Se il modesto film francese “L’amore sospetto” (“La Moustache”) di Emmanuel Carrère, tratto dal suo romanzo “I baffi”, si ispirasse alla nobile serie “Commedie e proverbi” di Eric Rohmer porterebbe come epigrafe: “Chi si taglia i baffi perde la moglie”.
I baffi se li taglia una sera d’impulso il protagonista Marc - ma la moglie Agnès non se ne accorge. Peggio: nessuno! Marc dapprima pensa a uno scherzo (ottima la mimica dell’interprete Vincent Lindon) ma no, “tout le monde” è sicuro che lui non abbia mai avuto i baffi. Segue crisi coniugale. E il mondo di Marc continua a modificarsi: l’antico fidanzato della moglie ora per lei è un nome sconosciuto; il padre di Marc, da lui appena sentito alla segreteria telefonica, è morto l’anno scorso.
Prima che Agnès lo faccia ricoverare in manicomio, Marc fugge a Hong Kong e colà si aggira smarrito, liberandosi delle vestigia della sua identità, come i documenti che lo ritraevano baffuto. Ma ecco che nel suo ultimo rifugio (non è chiaro: Macao?) si ritrova in camera d’albergo la moglie senza sorpresa di nessuno: in questo nuovo assestamento della realtà sono venuti lì insieme da turisti. Il mondo si è modificato, forse in meglio (almeno per quanto riguarda il gusto di Agnès per le giacche). Lui si taglia i baffi e stavolta la moglie se ne accorge. La morale sembra essere che la realtà è una cosa molto fragile - insieme a un discorso un po’ snob sul perdere se stessi per ritrovarsi.
Questo ambizioso film può servire per una riflessione “a contrariis” sul tema dell’irreale. Facciamo riferimento a Kafka, visto che è il nume tutelare del film (ma anche Philip K. Dick, di cui Carrère ha scritto una biografia). Ne “La metamorfosi” Gregor Samsa si sveglia trasformato in un enorme scarafaggio; i suoi familiari provano schifo, vergogna, disperazione, ma non sentono questa come un’impossibile violazione delle leggi fisiche e biologiche. Ovvero, Kafka, situandosi perfettamente sul crinale tra ciò che è assurdo e ciò che è consequenziale, crea una logica dell’illogico (che non c’entra con la fantascienza o l’horror, i quali si muovono nella logica del reale).
Bisogna ammettere che questo è più facile in letteratura che al cinema. C’entra qui l’elemento visivo del film: mentre le parole stampate hanno un loro corso ipnotico, ove il lettore si perde come in una nebbia. Tuttavia, è possibile anche al cinema raggiungere quello stato di ambiguità logica; un esempio assai alto ne è “Strade perdute” di David Lynch. Ma non è il caso de “L’amore sospetto”.
Quando il film costruisce la sua paradossale situazione, come uno scacchista muove i suoi pezzi in apertura, una debolezza svela tutta la fragilità dell’assunto. Appena si scatena la disputa sull’esistenza dei baffi passati, Marc, abbastanza logicamente, cerca e trova delle foto (di una vacanza a Bali) che lo ritraggono baffuto. Verosimiglianza vorrebbe che le mostrasse subito alla moglie. Invece c’è una dissolvenza (buongiorno, coda di paglia!) - e più tardi sono sparite perché è sparita dalla loro storia/memoria anche quella vacanza. Di più: a un certo punto Marc fa controllare a una poliziotta per strada la sua carta d’identità e lei conferma di vedere i baffi sulla foto. Com’è che non la squaderna alla moglie appena possibile? Lungo il film vien voglia di gridare dalla poltrona: “Mostrale i documenti, scemo!” Naturalmente - mi scuso qui di non conoscere il romanzo originale - si potrebbe pensare che tutto quanto sia un delirio soggettivo di Marc; ma non c’è nulla nel film che ci autorizzi a crederlo.
Quando per non essere portato al manicomio lui fugge dall’appartamento, non senza un tocco di suspense, inevitabilmente sale alla mente un elogio del cinema di genere. Ad esempio un thriller come “Intrigo internazionale” di Hitchcock aveva gli stessi contenuti impliciti e simbolici: il rovesciamento del mondo e infine la sua (precaria?) ricomposizione; ma senza questa impostazione forzata e faticosa, per cui “L’amore sospetto” crolla sotto la sua stessa fragilità.

(Il Nuovo FVG)

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