Erik Poppe
Un genere di film che sembra tornare di moda è quello dell’“incrocio di destini”, ossia il racconto collettivo di cui protagonista è un gruppo di persone, le cui storie vengono interlineate in montaggio (un montaggio che perciò deve ricercare necessariamente una valenza musicale sua propria). Questo genere, ottimo per riflettere sulla vita e sul caso, potrebbe essere battezzato film alla Altman: non perché Robert Altman l’abbia inventato, si capisce, ma perché della formula ci ha dato gli esempi più rilevanti.
Sono arrivati di recente sugli schermi vari esempi del genere: due americani, il capolavoro di Altman “Radio America” e “Crash” di Paul Haggis; uno francese, il discreto “Un po’ per caso, un po’ per desiderio” di Danièle Thompson; uno norvegese, “Hawaii, Oslo” di Erik Poppe (del 2004, ma arrivato solo ora in Italia).
Le sue storie intrecciate, che aprono e chiudono “Hawaii, Oslo” convergendo intorno a un uomo investito da un’autoambulanza (all’inizio è un sogno premonitore, alla fine si realizza, ma l’uomo non è lo stesso) si svolgono a Oslo in un singolo giorno. Vidar, guardiano di un istituto psichiatrico, ha sognato che il suo protetto Leon (uno che se si sente a disagio perde la testa e si mette a correre) morirà nell’incidente. Leon vuole incontrare Asa, con cui ha un appuntamento matrimoniale a distanza di 10 anni. Un poliziotto gentile accompagna in licenza un detenuto (fratello di Leon) e quello ne approfitta per evadere. Due bambini senza padre né madre passano le notti per strada. Due giovani sposi hanno bisogno di una somma enorme per far operare il figlio neonato che sta per morire. Sullo schermo il racconto è intervallato dalle immagini delle combinazioni di un caleidoscopio: una metafora ovvia (quindi un po’ retorica) ma utile per significare il sistema narrativo del film.
La costruzione della ragnatela di vite incrociate, che forma il quadro complessivo, a volte è intelligente, altre volte tende un po’ al feuilleton (vedi l’agnizione della madre). Il problema è che il film interessa per il quadro che via via prende forma più di quanto riesca ad appassionare ai suoi personaggi. Infatti diversi di questi sono o umbratili o stereotipati - dal che viene l’impressione che la macchina narrativa giri a vuoto. Il culmine è rappresentato dal bambino senza genitori teppista-per-disperazione (e così odioso che si desidera che lo spediscano davvero in riformatorio come minacciano): è la solita figura esagitata delle fiction sentimental-buoniste, nei tv movies italiani ed evidentemente altrove.
Un aspetto importante è enunciato in un dialogo, oscuro sul momento ma significativo, tra Vidar e la ragazzina negra che ha salvato una suicida: “Tu non sei la persona che fai credere di essere” - “Nemmeno tu, vero?”. Alla fine del film, quando Vidar si è sacrificato per salvare Leon, volano delle piume bianche. Già ne avevamo visto volare una all’inizio del film, e Leon scherzando aveva chiamato Vidar il suo angelo custode. Sembrava una metafora tutta interna al dialogo - e invece siamo, allusivamente, in zona Wim Wenders.
Questo è interessante; però copiare Wenders non è così facile come sembra. Fatto sta che “Hawaii, Oslo” è derivativo. Bob Altman, il P.T. Anderson di “Magnolia” eccetera, per la struttura. Wenders, totalmente, per la concezione degli angeli. Il movimento del Dogma (Lars Von Trier & C.) per la “freddezza” d’approccio e il linguaggio cinematografico, con grande uso della macchina a mano. Aki Kaurismäki per molte situazioni; in particolare la storia dei due sposi disperati - la più sviluppata - è totalmente kaurismäkiana sia per lo svolgimento sia per l’ironica soluzione dovuta al caso: al punto che sul volto del marito (l’attore S.H. Hoff) lo spettatore sovrappone quello indimenticabile di Matti Pellonpää.
In ultima analisi, “Hawaii, Oslo” (premiato in patria e ben accolto criticamente anche all’estero) non è privo di interesse sotto alcuni aspetti, ma si tratta di un film più ambizioso che convincente.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento