Ang Lee
“Preferirei essere un fantasma che ti vola accanto, come un’anima dannata, piuttosto che volare in cielo senza di te”. Pronunciata in punto di morte, questa è la più bella frase d’amore dei dialoghi dello stupendo “La Tigre e il Dragone” di Ang Lee.
Questa memorabile produzione Hong Kong-Taiwan-USA è un “wuxiapian”, vale a dire un film di arti marziali in costume centrato sul duello all’arma bianca, a differenza del film di kung-fu (i due canoni del cinema eroico hongkonghese del passato). Ang Lee lo basa - con assoluto successo - su una scelta assai particolare degli attori, a volte interni alla tradizione del cinema di arti marziali (Michelle Yeoh), a volte esterni, ed erroneamente si sarebbe detto impensabili (Chow Yun-fat, attore feticcio dei film di gangster e sparatorie del genere “heroic bloodshed”, e la magnifica Zhang Ziyi che abbiamo appena ammirato ne “la strada verso casa” di Zhang Yimou). Del wuxiapian “La Tigre e il Dragone” richiama con puntualità - e rinnova attraverso una sorta di oltranzismo moderno, controllato però e condizionato da un’eleganza imprescindibile - stile e caratteristiche: i salti che diventano incredibili magici voli, i duelli, i personaggi, gli ambienti, gli sviluppi e le situazioni (per fare un esempio minimo, la freccia scagliata contro l’eroe che mangia e da lui fermata a mezz’aria con le bacchette è un luogo comune che appare in più d’un film, come “Dragon Gate Inn” del grande King Hu).
Gli scontri - coreografati dal maestro Yuen Wo-ping, noto in occidente soprattutto per le scene d’azione di “Matrix” - hanno una bellezza impositiva. Basti citare il primo, il combattimento notturno fra Michelle Yeoh e la ladra mascherata, accompagnato dalla stupefacente “score” tutta percussioni di Tan Dun. Se tutto il genere wuxiapian - più ancora del suo confratello, il kung-fu - è un meraviglioso balletto marziale, qui più che mai: i corpi nella semioscurità diventano ombre volanti, faville di movimento, puro gesto e danza - ma attenzione: una danza mortale. L’eleganza del movimento che attraversa questi magici voli esploderà verso la fine nel duello acrobatico sulle cime degli alberi (e anche questa è la proiezione estremistica di un “topos” classico del wuxiapian). La bellezza letale degli scontri, guidati dal canto vibrante della lama della spada Destino Verde (oggetto-simbolo del film), si fonde con la pura bellezza di un movimento, un costume, una calligrafia, un corteo, un paesaggio, uno sguardo (la superba brevissima panoramica ascendente che ci rivela all’inizio la sterminata Pechino): tutto è risolto in termini di bellezza - e di dolore.
Perché “La tigre e il dragone” è - nella tradizione del cinema eroico cinese - un alto, commovente mélo, aperto e ribollente sotto quella compostezza che dalle posture dei personaggi si allarga al film intero. “L’amore non consumato brucia l’anima”, sentiamo dire a un certo punto, e vale per tutti i personaggi. Amori non realizzati, dei protagonisti ma anche, sorprendentemente, della strega-bandito Volpe di Giada: segnalato da quell’autentico momento di rivelazione che è nel cinema cinese la lacrima, scopriamo l’amore di una reietta, quasi umilmente materno, per la sua allieva ribelle (“...la mia vera famiglia... il mio solo nemico”). Tutto il film declina malinconicamente il tema dell’impossibilità di realizzare ciò che si desidera. Si legano fra di loro, fondendosi nell’intricata trama, l’impossibilità dell’amore realizzato ma anche l’impossibilità per le donne di essere ammesse all’insegnamento delle arti marziali, l’impossibilità per Volpe di Giada, che non sa leggere, di accedere alle conoscenze del manuale rubato, l’impossibilità esistenziale di Yen - il personaggio più fascinoso e complesso di un film che, tratto da un romanzo cinese del primo novecento, mantiene l’impianto romanzesco, il gioco di caratteri nella tessitura dell’implicito. Il trattenuto dolore dei personaggi e dell’esistenza.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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