Ang Lee
Due ex cowboy, sposati, continuano ad amarsi incontrandosi semiclandestinamente, nell’arco di vent’anni, nel luogo dove avevano fatto l’amore da giovani. Si è parlato fin troppo - a proposito del deludente western-moderno-gay di Ang Lee “I segreti di Brokeback Mountain” - di “scoperta” dell’omosessualità nell’universo western. Tralasciamo qui il fatto (non potendolo argomentare per mancanza di spazio) che qualsiasi “western moderno” in realtà col western non c’entra nulla. Ma che il western come genere sia profondamente omofilo, che i cowboy preferiscano stare tra maschi sotto le stelle piuttosto che sotto il tetto coniugale con una moglie rompipalle, ce lo aveva già raccontato splendidamente Howard Hawks; e l’omosessualità nel West compariva apertamente nello sfondo storico del capolavoro western degli ultimi anni, “Dead Man” di Jim Jarmusch.
Ciò non toglie nulla a “Brokeback Mountain” - che per la cronaca, per quanto sia moderato e trattenuto, sia i deficienti mormoni dello Utah che il regime mafio-comunista di Pechino hanno messo al bando nei cinema. Il punto è un altro. Cosa strana in un film che parla della scoperta dell’amore omosessuale tra due uomini, “Brokeback Mountain” scarseggia di fisicità: essa fa capolino una volta o due ma non pervade mai il racconto. Racconta di cowboy moderni che sorvegliano un immenso gregge di pecore (l’immagine più bella del film sono le pecore che riempiono interamente lo schermo come un mare sussultante); ma mancano nel film la puzza, il sudore, la merda. Tutto è tradotto - meglio: sublimato - a un livello di bellezza fotografica piuttosto statica e vuota.
Questo non per dir male dell’eccellente fotografia di Rodrigo Prieto. Il film si apre su una cittadina da pittura americana moderna - Hopper, Wood, Wyeth -, dove la divisione geometrica degli spazi delle case spartisce lo schermo in rigide sezioni sotto quel grande cielo. Quando si sposta nella natura, questa è sontuosamente fotografata. Ma la bellezza fotografica non si lega mai all’intensità. I protagonisti Heath Ledger e Jake Gyllenhaal sono (per rubare un geniale aggettivo pseudomedievale a “L’armata Brancaleone” di Monicelli) “bellilli”. La fotografia serve giusto a provvedere uno sfondo adeguato alla loro posa; continuamente ci si trova di fronte a inquadrature “au grand air” che fanno pensare alla pubblicità americana delle sigarette (“Marlboro Country”).
Naturalmente Ang Lee potrebbe difendere la sua scelta di narrare il film come un mélo rarefatto; ma qui “rarefatto” somiglia a “patinato”. Pure la scena più fisica, il primo improvviso rapporto sessuale sotto la tenda, finisce assorbita nel contesto, affondando in quella sorta di stilizzazione acquerellata, in ultima analisi svirilizzata, che dà il tono al film. Il che non c’entra nulla coll’omosessualità; basti pensare a esempi di cinema omosessuale intensamente virile, dal “Sebastiane” di Derek Jarman a Fassbinder o Kenneth Anger. Mica si pretendeva Tom of Finland; ma il difetto del diseguale Ang Lee è sempre stato la tendenza a un formalismo un po’ accademico; ha fatto buoni film solo quando se n’è liberato (dall’estremismo melodrammatico de “La tigre e il dragone” a una certa corporeità in “Cavalcando col diavolo”).
Bisogna aggiungere che i due protagonisti di “Brokeback Mountain” quando invecchiano, nel lungo arco di tempo narrato, acquistano in concretezza fisica, sebbene quella fisicità sessuale che appariva nel loro primo rapporto si stemperi. Purtroppo qui si realizza uno spiacevole incrocio: i protagonisti si concretizzano, il film diventa più evanescente: mentre all’inizio almeno aveva qualcosa da raccontare, proseguendo diventa sempre più stanco.
Una storia così importante avrebbe potuto essere girata dal David Lynch metafisico e mitico di “Una storia vera” o al contrario dal Clint Eastwood fisico e romantico de “I ponti di Madison County”. Ang Lee semplicemente non ne aveva i mezzi espressivi. “Brokeback Mountain” non è un film sbagliato: è un film piatto.
(Il nuovo FVG)
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