martedì 8 gennaio 2008

La città incantata

Miyazaki Hayao

Se uno ha viaggiato da bambino, quando gli occhi e il cuore sono più aperti, su un trenino di campagna... la magia agrodolce degli alberi che corrono, delle piccole stazioni, della sera che scende, delle luci lontane... forse troverà nel viaggio della piccola Chihiro sul treno magico, fra realismo e delirio, verso la malinconica fermata fra le paludi, la scena più stupefacente di quel catalogo di meraviglie che è “La città incantata” (“Spirited Away”), opera del maestro del cartoon giapponese Miyazaki Hayao - il primo cartone animato che abbia mai vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.
Infatti una prodigiosa capacità evocativa di ambienti e atmosfere è la prima caratteristica di Miyazaki, accanto all’abile caratterizzazione psicologica dei personaggi e alla densità della tessitura narrativa. Attraversa tutti i suoi film una struggente bellezza paesaggistica, che non è sfondo, alla Disney, ma sembra vibrare in sintonia con le emozioni dei personaggi. Non per niente Miyazaki ama lo sguardo di scoperta del mondo, a livello degli occhi del bambino o dell’adolescente. Dico paesaggistica, ma dovrei anche dire architettonica. Fra tutti gli ambienti di Miyazaki, difficile dire se abbiano maggiore risonanza, per esempio, le selvagge montagne di “Princess Mononoke”, o l’ultra-mondo magico e spettrale de “La città incantata”, o l’immaginaria quieta città europea sul mare - d’incantevole bellezza visuale mista a una strana autenticità “plastica” che si esprime nelle sue strade e gallerie, nel suo sistema di piani e dislivelli - in un altro film di scoperta attraverso gli occhi di una ragazzina, il meraviglioso “Kiki’s Delivery Service”.
E troviamo lo stesso tipo di sguardo nel fiabesco “La città incantata”, ma su una chiave ben più cupa, per quanto il film non si spinga fino alle sanguinose vibrazioni drammatiche di “Princess Mononoke”. Durante un viaggio i genitori di Chihiro tramite un’inquietante galleria finiscono inavvertitamente in un mondo misterioso; lì trovano un edificio deserto pieno di cibo e si abbuffano (tanto, dice il padre stupidotto, abbiamo contante e carte di credito). Ed ecco che diventano maiali. Una trasformazione, per inciso, che sembra intrigare molto Miyazaki, il quale l’aveva già usata nel delirante “Porco Rosso” (ambientato in una versione fantasy della costa Adriatica nel 1929!). Per salvarli Chihiro si introduce nel cuore di questo mondo, un immenso palazzo fantastico popolato di creature assurde, che è - spiega la sua stregonesca padrona Yubaba - “uno stabilimento di bagni dove 8 milioni di dei possono riposare le stanche ossa” (la citazione dall’originale potrebbe differire dal testo italiano doppiato). Sono, nella divertita trascrizione che li vede anche prendere l’ascensore, i Kami, le divinità giapponesi della natura.
In tutta l’opera di Miyazaki si incontrano il mondo ancestrale magico del Giappone e quello moderno, ciò che gli consente di introdurre una critica della modernità, ora sorridente (“My Neighbor Totoro”) ora drammatica (“Princess Mononoke”, che l’autore giapponese situa alle origini di una rottura del patto uomo-natura, destinata a portare inevitabilmente al moderno presente di polluzione, che Miyazaki estremizza nel fantascientifico e postatomico “Nausicaa”). Del resto anche ne “La città incantata” l’inquinamento che si porta materialmente nel corpo lo sporchissimo e melmoso Dio della Puzza, e che Chihiro riesce a estrargli, non è altro che un’intera discarica di rifiuti umani.
Prima smarrita, poi via via più determinata, anche grazie all’amicizia di alcuni enigmatici personaggi, Chihiro compie il suo salvataggio come un percorso di crescita, ciò che più interessa a Miyazaki. Un’avventura realizzata da Miyazaki con fantasia visuale sfrenata, per cui ogni inquadratura è un autentico dipinto; un’avventura che varia dal satirico al surreale, dall’onirico all’horror - ma sempre con quell’umanità “compassionevole” che ritroviamo in tutta l’opera del grande autore.

(Il Nuovo FVG)

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