Alex de la Iglesia
Tragedia ai grandi magazzini. Rafael, responsabile abbigliamento femminile, grande venditore e appassionato dongiovanni, uccide in una rissa il viscido don Antonio, rivale vincente nella gara al posto di direttore dell’intero piano. Un’imprevista benefattrice, Lourdes, la commessa più brutta e frustrata del reparto, lo aiuta a disfarsi del cadavere e gli offre un alibi. Ma in cambio vuole lui...
Dopo alcuni film di delirio puro (“Azione mutante”, “El dia de la bestia”, o il suo capolavoro inedito in Italia “Perdita Durango”), lo spagnolo Alex de la Iglesia si è dato alla black comedy con reminiscenze hitchcockiane: prima “La comunidad”, e adesso arriva nelle sale “Crimen perfecto”, che in originale è un più divertente “Crimen ferpecto” (la solita gentaglia di distributori non solo non ha più la decenza di tradurre in italiano i titoli ma adesso s’inventa anche un falso titolo spagnolo!).
Il film è divertente, e Monica Cervera è tanto brutta quanto brava nei panni della terribile Lourdes, alla cui mostruosità piccolo borghese riesce a dare anche un’aura sottilmente umana. I personaggi sono pazzi che fanno parte d’un mondo pazzo (sarebbe meglio usare, nel suo doppio senso originario di pazzo e scemo, l’aggettivo stolto). Corrono fra parentesi annotazioni ovvie ma gustose sulla follia comprereccia della gente o sulla cattiveria dei bambini, più bestiali loro di chiunque altro nel film. Però il passaggio del regista dai precedenti deliri a queste forme di commedia implicherebbe strutture narrative più definite. “Crimen perfecto” è pieno di elementi interessanti non sviluppati. Vedi la famiglia di Lourdes, in particolare la sorellina pestifera, traccia narrativa “almodovariana” abbozzata e lasciata lì; ma anche i personaggi di contorno, cui prima c’è un’attenzione perfino eccessiva, mentre poi vengono praticamente ridotti a semi-comparse. Al di sotto della chiara linea guida, tutto il film è franto, spezzettato, episodico. Detto per metafora, apre un’infinità di porte e così è costretto a chiuderle troppo in fretta. Sto dicendo che il film non è ben equilibrato. Ma questa non arriva come una sorpresa, perché de la Iglesia non ha mai brillato per equilibrio.
Fra gli aspetti positivi di “Crimen” è da segnalare soprattutto il barocco estremismo visuale che è un marchio di fabbrica di de la Iglesia: qui, come in “La comunidad”, è ridotto e disciplinato rispetto ai film precedenti, ma resta sempre presente, esplodendo in forme di esagerazione parossistica dello svolgimento. Vedi la rissa fra Rafael e don Antonio, con gli appendiabiti usati come armi improprie coi loro ganci appuntiti. A un certo punto, in una stanza piena di manichini (evidente reminiscenza di Kubrick; ma anche Bunuel è un nume tutelare del film, con dichiarato omaggio a “Ensayo de un crimen”), Rafael tenta invano di liberarsi del cadavere infilandolo nella stufa, ma riesce solo a incendiargli i capelli: qui il film riesce a raggiungere un tono di alto grottesco orrorifico. O vedi la sequenza dell’incendio, con la sua esagerazione isterica; nonché la parodistica complicazione del piano finale di Rafael, sul quale lo spettatore, mentre lo vede trafficare, è umoristicamente tenuto all’oscuro.
L’elemento più eccessivo e più godibile di questo estremismo visuale sta proprio nella figura di don Antonio (fra l’altro interpretato da un magnifico attore comico, Luis Varela) - il quale dopo essere stato assassinato riappare come fantasma privato del protagonista, e suo sollecito consigliere (oh! L’oltretomba rovescia i nostri sentimenti?). La sua prima apparizione, una testa mozza dai capelli fumanti, con una mannaia piantata nel cranio, entra di diritto nell’antologia delle immagini memorabili di Alex de la Iglesia. Così, per quanto non si possano non notare varie pagine che questo dotato e disordinato regista avrebbe dovuto migliorare (in una parola, non è un film ferpecto), vedersi “Crimen” non è tempo buttato via.
(Il Nuovo FVG)
lunedì 7 gennaio 2008
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