lunedì 7 gennaio 2008

Peter Pan

P.J. Hogan

Il fantastico illusionistico della cartapesta e dei fili per volare, o il fantastico dispiegato del disegno? Ossia: foto dal vero o cartoon? Cosa useremo per dare corpo cinematografico a Peter Pan? O al Signore degli Anelli, ad Alì Babà, a Dracula?
E’ antica la gara, nel corpo del cinema, fra il fantastico disegnato e il fantastico fotografato. Se nominiamo Peter Pan - che ora torna sugli schermi con lo splendido film omonimo di P.J. Hogan - ci capita di pensare subito al disegno, non è vero? Eppure il personaggio creato da J.M. Barrie è largamente (non esclusivamente) di origine teatrale: quindi con la cartapesta e i fili ha un grosso debito. E ci sono importanti “Peter Pan” cinematografici con attori (anche un capolavoro muto di Herbert Brenon del 1924, dove Peter Pan era interpretato senza perdere di credibilità dalla diciottenne Betty Bronson). In effetti è il bellissimo cartone animato (1953) di Walt Disney a pesare talmente nella nostra memoria da farci pensare a Peter Pan come a un personaggio cartoonistico. Né dopo è riuscito a dargli un corpo più materiale (stiamo nominando i migliori “Peter Pan” del cinema, menzioniamo anche il più brutto!) l’infelice tentativo di Spielberg con “Hook”, il film peggiore della sua carriera.
Bene, adesso possiamo dire che Peter Pan ha recuperato la fisicità, con la versione “dal vero” attenta e intelligente, dell’australiano Hogan (“Il matrimonio del mio migliore amico”). Ed è proprio il cartoon della Disney che il “Peter Pan” 2003 tiene spesso presente a livello figurativo; si direbbe che abbia la volontà aggressiva di confrontarsi con quel modello per dimostrare che può essere rifatto con un mix di fotografia, modellini e computer graphics. Vale a dire, il cinema “dal vero” non è più “vero”: l’irruzione del digitale lo trasferisce sul piano “volontaristico” del cartoon. Nello stesso tempo anche il cartoon, usando la complessità dei programmi e la pseudo-tridimensionalità della computer graphics, sta cominciando a portare la guerra al cinema “dal vero” sul suo terreno; ma questa è un’altra storia.
Riferimenti grafici, dicevamo - però non narrativi. Perché qui il nuovo “Peter Pan”, prende un’altra strada: recupera un lato cupo e tragico già presente, fra esplicito e implicito, nei testi di Barrie - e largamente mancante nell’opera di Disney.
Nello “humour noir” del film, coi suoi continui scherzi sulla morte, ritroviamo molto dell’umorismo macabro che caratterizza i testi di Barrie. La breve scena ultra-“dark” delle sirene è un vero tocco d’incubo. La fata Trilly (Campanellino), spiritosamente interpretata da Ludivine Sagner, ha un convincente “quid” inumano. Soprattutto, riferimenti sotterranei alla sessualità percorrono il film. Jason Isaacs interpreta sia Uncino sia il padre di Wendy, un doppio ruolo che peraltro è tradizione teatrale (perfino nel cartoon Disney ad entrambi i personaggi dava la voce l’attore Hans Conried). L’allusione lancia una luce impressionante sul contenuto oscuro, edipico, della trama, e illumina il terribile finale: l’accusa di “vecchio” prima che Uncino sparisca (assumendo la posizione del morto nella bara!) nella pancia del coccodrillo. In “Peter Pan”, per il corpo della vergine in pubertà lottano le figure fantasmatiche del Padre e dello Sposo. Tuttavia Peter non può essere lo Sposo: la tragedia del crescere si rispecchia nella tragedia del non crescere, che Peter Pan ha scelto, e che lo condanna al “facciamo finta” dei sentimenti. Ecco il vero argomento della terribile fiaba di Barrie.
Il film di P.J. Hogan sa rendere questo viluppo di rimpianti e di terrori con fulminante perspicuità. Basterebbe questo a dire la sua importanza; ma non dimentichiamo la piacevolezza, il ritmo vivace, l’umorismo non banale, la ricca concezione visuale (la nave che naviga “sulla” nebbia sopra i tetti di Londra, con guglie e campanili come scogli!) e naturalmente l’eccellente recitazione (Rachel Hurd-Wood è Wendy, Jeremy Sumpter è Peter). Questo è un “Peter Pan” che resterà.

(Il Nuovo FVG)

Nessun commento: