Tim Burton
Delusioni della vita. Chi scrive aveva aperto la recensione de “Il mistero di Sleepy Hollow” in questa rubrica scrivendo “Il silenzioso, sognante, malinconico Tim Burton non ci dà che capolavori”. Due anni dopo, un Tim Burton non più silenzioso ma fracassone, non più sognante ma macchinoso, non più malinconico ma “politically correct” ci dà il suo primo film francamente e preoccupantemente brutto: quello che tutti chiamano “Il pianeta delle scimmie” ma in realtà, giacché vale il titolo sulla pellicola, si chiama “Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie” (nell’orrido doppio titolo dobbiamo vedere solo l’imbecillità dei distributori).
Se il buon giorno si vede dal mattino, già diceva nero nel film quella fredda e accademica apertura con gli umani sull’astronave, che sembra girata da un altro regista (ma anche la musica roboante insolitamente banale di Danny Elfman, che di Burton è una specie di gemello). Il solo problema de “Il pianeta delle scimmie” è come mai il grande Tim Burton abbia prodotto un’opera così poco ispirata. Di burtoniano vi sono minime tracce, residui. Il più consistente è una certa “imagerie”, qualche accenno di meraviglia visuale (legata come sempre al mondo dell’illustrazione: Tim Burton è un disegnatore dello schermo, vi dispiega sempre una sua concezione grafica). La tempesta magnetica, la città sulla collina, le bizzarre tende rosse dell’accampamento, il serpentone dei soldati con le torce hanno una loro attrattiva (niente di sconvolgente comunque). Burton era bambino quando vide “Il pianeta delle scimmie” di Franklin J. Schaffner del 1968; come sempre nella sua opera, il regista evoca il proprio immaginario infantile/adolescenziale; ma per la prima volta ha perso la magia per strada.
Non c’è in questo remake il gotico fiabesco di Burton, non ci sono i suoi terrori: solo un ristretto razionalismo fantascientifico. Mancano la sua tematica della solitudine, le sue malinconiche fragili figure, che pure l’argomento consentiva. C’è un’unica battuta spiritosa nel film (“Da quale tribù provieni?” - “Dall’aviazione degli Stati Uniti”), ma in genere Burton e i suoi tre sceneggiatori, preoccupatissimi della correttezza politica, trascurano tutti i possibili aspetti grotteschi limitandosi a un meccanico rovesciamento di ruoli. Da un autore famoso per l’eleganza, ecco un film punteggiato di grossolanità che toccano il ridicolo (i movimenti “etologicamente fondati” delle scimmie); da un autore famoso per l’originalità, un film del tutto prevedibile. Quando i personaggi arrivano alle sacre rovine, tutto il mondo (salvo il protagonista che è un pirla) ha già indovinato ogni cosa. Unico appunto: puoi sempre fidarti di Bill Gates! Sono passati migliaia di anni ma i monitor funzionano ancora.
Certo, la sorpresa finale (che non svelo) porta un minimo di cattiveria. Però mentre il “dénouement” del “Pianeta delle scimmie” originale, con Charlton Heston che scopre la Statua della Libertà, aveva un’alta grandezza drammaturgica (e infatti quella scena è diventata un classico), il finale di questo film ha un che di vacuo, come nei vari “Venerdì 13” quando la squinzia crede di aver ucciso Jason e lui di colpo si alza di nuovo.
Principalmente è colpa della pessima sceneggiatura, piena di personaggi stereotipati: dalla scimmia buona Helena Bonham-Carter che parla come un libro stampato al mercante, disastroso tentativo di “relief” comico, per non dire dell’assurdo protagonista, superman per due terzi del film e super-sfigato poi. I dialoghi sentenziosi fanno salire il latte alle ginocchia: quando il protagonista punta l’arma a un nemico la scimmia buona gli fa: “Se tu lo uccidi ti abbasserai al suo livello”. Gl’interpreti sono un fallimento; il protagonista Mark Wahlberg è inespressivo come un sasso e accanto a lui si aggira una bionda squallida con espressione alla Valeria Marini. Tutto sommato sono più fortunati quelli che - come il perfido generale scimpanzé Tim Roth - sono irriconoscibili sotto il make-up. Se qualcuno gli farà osservazione circa questo film hanno sempre la chance di rispondere: “Ah, non so, io non c’entro, quella era una scimmia”.
(Il Nuovo FVG)
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