martedì 20 febbraio 2024

I tre moschettieri - Milady

Martin Bourboulon

Quanti ne abbiamo visti di “Tre Moschettieri”? Da quelli eleganti e piumati di George Sidney del 1948, con Gene Kelly, a quelli scanzonati di Richard Lester del 1973, da quelli “steampunk”, con una macchina volante, del 2011 a quelli parodistici (chi si ricorda del Quartetto Cetra?). Ora Martin Bourboulon, che ci aveva divertiti l’anno scorso con “I tre moschettieri – D’Artagnan”, torna col secondo capitolo (sorpresa: non l’ultimo!), “I tre moschettieri – Milady”. La cattivissima del titolo è una sfavillante Eva Green, il cui busto generosamente esibito fa strabuzzare gli occhi sia al di qua sia al di là dello schermo, tanto ai personaggi quanto agli spettatori.
I moschettieri si trovano impegnati nell'assedio de La Rochelle e D’Artagnan deve ritrovare l'amata Constance, rapita nel film precedente. L’arcinemica Milady è lì per mettere i bastoni fra le ruote. Bourboulon e i suoi sceneggiatori si sono saggiamente attenuti allo spirito, se non alla lettera, del romanzo; i pochi tocchi di modernizzazione (la presenza di un moschettiere nero, peraltro un principe, o un accenno alla bisessualità di Porthos) sono discreti e non offendono. L’ambientazione naturalmente è realistica: un Seicento sporco e fangoso, in cui i duelli diventano risse rotolandosi a terra e i moschettieri – altro che Gene Kelly – vanno in giro con giubbe scure e cappellacci con piume striminzite, mal rasati e poco puliti. Il dialogo è vivace e spiritoso, la regia è convincente. Se Eva Green è brava quanto bella (vedi le scene in cui, ingannevolmente, si confida), Vincent Cassel (Athos) ruba la ribalta con la sua disperazione trattenuta; ma tutti i quattro sono commendevoli. Un filmone di cappa e spada contemporaneo e tradizionale allo stesso tempo. Che potrebbe desiderare di meglio
l'appassionato di Dumas?

(Messaggero Veneto)


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